IV ^ DOMENICA AVVENTO: IO SONO CON TE

 

Dopo un’annotazione riguardante il tempo e il luogo, Luca presenta brevemente i personaggi. Gabriele, l’inviato di Dio, un nome che significa “Dio si è mostrato forte”. Maria è un nome comune, di significato incerto. Null’altro si dice. Il narratore non concede distrazioni. L’attenzione del lettore deve fermarsi non sulle due figure, ma sul loro dialogo. Al sesto mese (in riferimento all’annuncio fatto dall’angelo a Zaccaria) l’angelo Gabriele (lo stesso che aveva parlato a Zaccaria) fu mandato da Dio in una città della Galilea, chiamata Nazareth. Nazareth era un villaggio della Galilea assolutamente insignificante, al punto che Natanaele, quando Filippo gli disse di avere incontrato Gesù di Nazareth e che era il Messia, rispose: “Da Nazareth può mai venire qualcosa di buono?” (Gv 1,46).   La stessa Galilea era disprezzata come una regione imbastardita dalle infiltrazioni pagane; inoltre vi era convinzione, basata sulle Scritture, che il Messia sarebbe venuto dalla Giudea, da Gerusalemme, dove si radicava la stirpe di Davide. Nazareth era un villaggio sconosciuto di una regione non amata e disprezzata. Proprio in questo contesto, così nascosto e povero, avviene l’evento che cambia il volto della storia: lì il Verbo, il Figlio di Dio, si fa fratello dell’uomo.

… a una vergine promessa sposa di un uomo della casa di Davide, di nome Giuseppe.

 Abbiamo qui due informazioni. Una riguarda la donna promessa sposa ma ancora vergine. Il matrimonio avveniva in due fasi: prima gli “sponsali” in cui la donna era affidata all’uomo, senza però essere portata nella sua casa; e poi avveniva il matrimonio pieno, quando la ragazza era condotta nella casa del marito. Maria e Giuseppe avevano celebrato gli sponsali ma non abitavano ancora insieme. L’altra informazione ci dice che quest’uomo, pur abitando e lavorando a Nazareth, era della casa di Davide.  Perciò per il censimento avrebbe dovuto recarsi a Betlemme, dov’erano le radici della sua stirpe. Inoltre, attraverso Giuseppe, Gesù sarebbe stato discendente della casa di Davide, secondo il diritto.

La vergine si chiamava Maria. Entrando da lei l’angelo disse: “Rallegrati, piena di grazia: il Signore è con te”.

Sono tre affermazioni molto forti.

Rallegrati: Questa parola rinvia al passo del libro di Sofonia in cui il profeta invita Gerusalemme a rallegrarsi nell’attesa del futuro Messia (cf Sof 3,14 ss.). Quindi questa espressione ‘rallegrati, O Maria’ non è solo un saluto, ma è l’annuncio messianico che sta per entrare in questa casa.

Piena di grazia: Amata gratuitamente da Dio e per sempre.

Il Signore è con te: Essere con noi è il nome che Dio ha rivelato a Mose`. “Io Sono con te” è una promessa che nell’Antico Testamento è sempre fatta alle persone cui Dio affida una missione. 

Queste tre espressioni sono cariche di significato. Per questo Maria rimane turbata: non solo per l’apparizione dell’angelo, che esprime la presenza di Dio, ma perché avverte che c’è qualcosa di grande nelle parole dell’angelo.

Davanti al turbamento di Maria, l’angelo dice:‘Non temere’. E’ un invito bellissimo a non avere paura di Dio ed è una parola che risuona all’inizio del Vangelo e lo attraversa tutto. ‘Perché avete paura?’ dirà Gesù agli apostoli spaventati nel mare in tempesta. ‘Non temete’ dirà l’angelo della Resurrezione alle donne che vanno al sepolcro. Di fronte a Dio non dobbiamo temere, perché la sua presenza nella nostra vita, nella storia dell’uomo, è sempre una presenza di amore. ‘Non temete’ è la parola che ci rivolge in tutte le nostre paure, perché Dio ci vuol bene, incondizionatamente.

Allora Maria disse all’angelo: ”Come avverrà questo? poiché non conosco uomo”.  E l’angelo risponde al “come”: “Lo Spirito santo scenderà su di te”.  All’inizio della creazione lo Spirito di Dio aleggiava sulle acque. Qui avviene una nuova creazione. Lo Spirito di Dio scende su Maria per realizzare un nuovo inizio della storia. “La potenza dell’Altissimo ti coprira’ con la sua ombra ”. Questo richiama la nube che si posava sulla tenda degli ebrei dove c’era l’Arca, a significare che Dio era presente e Mosè poteva parlare con lui (cf Es 33, 9-11).  Luca usa lo stesso verbo perché ora si realizza quello che lì era solo una profezia: “Colui che nascerà sarà santo e sara’ chiamato Figlio di Dio”.  

Maria non chiede un segno, ma è l’angelo che glielo dà: “Ed ecco, Elisabetta, tua parente, nella sua vecchiaia ha concepito anche’essa un figlio e questo è il sesto mese per lei, che era detta sterile: nulla è impossibile a Dio”. Lo stesso Dio, che ha reso possibile a Elisabetta la generazione di un figlio in età avanzata, agirà anche in te.

Dopo aver ascoltato l’annunzio grandioso dell’angelo, Maria risponde: “Ecco la serva del Signore: avvenga per me secondo la tua parola. E l’angelo si allontanò da lei”. Maria non fa nessuna obiezione: di fronte a Dio che si affaccia alla sua vita, dà la risposta più semplice e più radicale: “Sono la serva del Signore”, aprendosi in una totale disponibilità a Dio. Di fronte a Lui lei ha solo da dire sì. Quel sì che il primo uomo aveva rifiutato a Dio, Maria ora lo dice. È l’inizio del ritorno dell’uomo a Dio. Esso condurrà tutta la vita di Gesù e avrà il suo vertice nel «Sì, Padre» di Gesù sulla croce. E da quel momento “il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi”.

 Incarnandosi, Gesù è venuto ad abitare in mezzo a noi per dirci: “Io sono con te, come tuo fratello in ogni momento del tuo cammino”.  Dice il profeta Geremia: “Tu sei in mezzo a noi, Signore, il tuo nome è invocato su di noi, non abbandonarci” (Ger 14,9).  Ma noi facciamo fatica a vederlo. Anzi, siamo portati a dire: “Signore, perché non ti mostri? Perché tanta violenza? Perché la tua Chiesa è così tribolata? Perché non intervieni?”. In fondo, il nostro modo di pensare è simile a quello della gente sotto la croce di Gesù che gli diceva: “Se tu sei il Figlio di Dio, scendi dalla croce. Se tu sei il Messia, salva te stesso!” Lo scandalo è questo: noi vorremmo che Dio mostrasse la sua onnipotenza secondo i nostri criteri, mentre lui interviene in altri modi.

Il vangelo dell’Annunciazione ci assicura che Dio non si è scordato dell’umanità, ma si è reso presente mediante il Figlio suo incarnato: non è lontano, ma è in mezzo a noi come un Dono totalmente gratuito. Maria si apre con radicale disponibilità all’azione di Dio, a questo dono. Non perché Maria era grande, ma perché ha aperto il cuore, ha creduto all’amore, percio’ Dio la scelta. “Beata te che hai creduto”, le dirà Elisabetta. E Maria risponderà: “ha guardato l’umiltà della sua serva”.  

Meditando il mistero dell’Annunciazione pensiamo a come ognuno di noi è stato amato da Dio e ci domandiamo: “Io ho risposto?” Non solo l’inizio del nostro rapporto con Dio, il battesimo, ma tutta la nostra vita è segnata dal suo amore. Quante volte noi abbiamo voltato le spalle a Dio e lui è venuto a cercarci, ci ha chiamati, ci ha sollecitati, ci ha perdonati, ci ha rinnovato e ci ha fatti suoi?  Dio aspetta da noi non quel semplice “dare” ma il dono totale. Perche’ il donarsi è l’amore dato agli altri e invece, il dare è l’amore data a noi stessi. Notate bene la differenza. Il “dono” fa sussultare l’anima di chi lo riceve (Lc 1,40-41).

Il bellissimo salmo 135, il grande Hallel, che gli ebrei cantano nella Cena pasquale, che recensisce tutti gli interventi di Dio nella storia del popolo ebraico; a ogni evento il salmo ripete: “Perché il suo amore è per sempre”. Ciascuno di noi dovrebbe portare nel cuore questo grande Hallel per prendere coscienza di essere amato e cercato da Dio, e trarne una grande speranza e la forza per rinnovare il nostro “SI” generosamente.

Ringraziamo il Signore per quest’amore che ha sempre accompagnato l’umanità e sempre l’accompagnerà.  Le tre parabole di Luca 15, la pecorella smarrita, la moneta perduta, il figlio perduto e ritrovato attesta questo amore incondizionato del Padre per ciascun uomo e appartengono alla biografia di ciascuno di noi. Partendo da questa rivelazione d’amore, convinciamo che l’Incarnazione di Gesù è la manifestazione concreta del perdono creatore di Dio in mezzo agli uomini. Quest’amore Dio l’ha sigillato nella Croce del Figlio suo e la Croce non può essere smentita dal Padre. Prendere coscienza di questo è trovare il punto di appoggio per la nostra vita; credere che Dio è con noi ci dona la serenità e pace nel cuore, anzi, fa nascere Dio dentro di noi. La celebrazione del Natale di quest’anno ci aiuti in questo.

 

 

III^    DOMENICA   DI   AVVENTO          anno B

 

Is 61,1-2.10-11        1 Tess 5,16-24        Gv 1,6-8.19-28

Dando uno sguardo globale alle quattro domeniche di questo tempo di Avvento possiamo dire che siamo come di fronte a una Presenza velata che si scopre pian piano e questo dovrebbe tenere desta l’attesa del cuore, il desiderio, come un attizzare il fuoco delle nostre lampade. Anche in questa domenica a guidarci nel cammino è la stessa lampada che arde e risplende , così infatti è definito da Gesù Giovanni Battista, il precursore. E’, per così dire, il “gigante” dell’avvento assieme al profeta Isaia; uno con i suoi oracoli che ascoltiamo nelle prime letture della Messa e l’altro con la sua testimonianza su Gesù che abbiamo ascoltato già la scorsa settimana nel racconto di Marco e che ascolteremo in questa domenica nel racconto di Giovanni.

La testimonianza di Giovanni ci guida nel riconoscere la presenza di Gesù.

Cosa ci dice Giovanni Battista nella sua testimonianza su Gesù?

Alle domande dei sacerdoti e dei leviti sulla sua identità risponde con delle negazioni: Io non sono il Cristo, non sono Elia, non sono il profeta, ma dice chiaramente di se stesso:io voce, solo un suono perché l’IO SONO nel vangelo di Giovanni appartiene solo a Gesù( Io sono la luce del mondo, Io sono la vera vite, Io sono la porta…..) Questo brano evangelico è il visibile punto d’incontro tra la profezia e l’evento annunciato. La profezia nella persona di Giovanni Battista fa spazio alla realtà presente nella persona di Gesù.

Io voce di uno che grida nel deserto. Se riprendiamo l’oracolo di Isaia di domenica scorsa (Is 40, 1-5.9-11 soprattutto i versetti 3,5,9) vediamo come nel Battista si concentra  la voce della profezia sulla venuta di Dio che libera il suo popolo ed è una voce che grida; infatti è scritto: gridatele, grida, gridare, alza la voce. Si può dire anche che Giovanni Battista dà voce a tutte le attese dell’umanità nel suo insieme e dei singoli cuori.

Questa sua posizione di “non essere” lo rende totalmente aperto all’attesa e all’accoglienza del Dono di Dio in Gesù e questo suo modo di esistere apre anche per altri la via alla venuta del Messia perché ne diviene allo stesso tempo annuncio e testimonianza :vv 26-27 +In mezzo a voi sta uno….Colui che viene dopo di me+

Giovanni è come proteso verso Gesù e la posizione di Gesù è proprio di stare in mezzo, è l’Emmanuele, il Dio con noi, e allo stesso tempo è il Dio che viene, il Veniente nella storia degli uomini come è scritto nell’ultimo libro della Bibbia, l’Apocalisse al cap 22 v 20: SI’ VENGO PRESTO. AMEN. VIENI SIGNORE GESU’.

Il messaggio di Giovanni Battista è quello della vicinanza di Dio e dell’imminenza della sua venuta, sembra che lo tocchi con mano e ben presto Gesù si sostituirà a lui, la voce di Gesù risuonerà al posto  di quella del Battista che tacerà.( Dirà ancora Giovanni: Lui deve crescere e io diminuire in Gv3,30)

C’è alla fine del brano evangelico una coordinata geografica molto importante ed è il v28 che ci fa capire il senso profondo di questo “passaggio di consegne” : Questo avvenne al di là del Giordano.

Il Giordano è il fiume che segna il confine della terra promessa al popolo di Israele guidato da Mosè al tempo dell’Esodo.   Giovanni è là a battezzare ma solo con acqua, mentre con Gesù ci sarà una novità fondamentale attraverso il battesimo di fuoco nello Spirito Santo come era stato detto domenica scorsa. Giovanni Battista si trova sul limitare della terra promessa  e cede la guida a Gesù il condottiero del nuovo popolo che apre la via.

Lo vediamo anche negli oracoli del profeta Isaia, sempre al capitolo 40 versetto 11( il buon pastore che guida il gregge); in Isaia 35 versetti da 8 a 10( la via aperta del popolo) che abbiamo letto nelle celebrazioni feriali.

Dunque Giovanni Battista chiede di preparare la via alla venuta di Dio, ma è anche Dio stesso che apre una nuova via su cui camminare.

Questa terza domenica di avvento è detta “domenica gaudete” cioè della gioia ed ha come colore liturgico il rosa al posto del viola proprio per significare questa gioia espressa sia nella seconda lettura “Siate sempre lieti” che nell’antifona di ingresso tratta dalla lettera di san Paolo ai Filippesi (4,4-5) “Rallegratevi sempre nel Signore, ve lo ripeto, rallegratevi, il Signore è vicino.”

Lo stesso Giovanni Battista che ci sembra così austero,ci parla di gioia,quella gioia della presenza di Gesù che lo aveva fatto sussultare già nel grembo materno( ricordate l’episodio della visitazione di Maria ad Elisabetta) e che egli esprime chiaramente in Gv 3,28-30 dove continua la sua testimonianza. E’ una gioia piena, compiuta perchè è arrivato lo Sposo Gesù e l’umanità può beneficiare della salvezza di Dio. Leggiamo qui l’oracolo di Isaia della prima lettura, è questo che Giovanni vede in Gesù ed è per questo che è riempito di gioia.

Io gioisco pienamente nel Signore…perché mi ha rivestito delle vesti di salvezza…..

E che cos’è questa salvezza? La leggiamo ai versetti 1 e 2 : Il Signore mi ha mandato a portare il lieto annunzio ai miseri, a fasciare le piaghe dei cuori spezzati, a proclamare la libertà agli schiavi, la scarcerazione dei prigionieri……

Gesù stesso si approprierà di questa profezia nell’episodio alla sinagoga di Cafarnao nel Vangelo di Luca al capitolo 4 v16-19 leggendolo e commentando così : Oggi si è compiuta questa scrittura che voi avete ascoltato,come a dire,  oggi tutto questo si compie con me. Ritroviamo immagini simili in Is 35 versetti 4-6 e tutto questo è l’avvento, la venuta di Dio in mezzo al suo popolo.

La presenza di Gesù salvatore è la gioia vera che ci deve rallegrare sempre, la via che si apre per camminare in Dio e con Dio perché Dio è con noi, l’Emmanuele.

 

II DOMENICA DI AVVENTO ANNO B

Mc 1,1-8 Ia Lettura: Is 40, 1-5. 9-11 2a Lettura: 2 Pt 3, 8-14

Due parole sull' Evangelo di Marco. Marco era un ebreo e scrive in greco, probabilmente a Roma verso gli anni 70, dopo la guerra giudaica (66-70), per una minoranza emarginata dalla grande società dell'Impero Romano, per una comunità perseguitata dagli ebrei, perché considerata una setta, e colpita dai romani durante la guerra giudaica perché confusa con gli ebrei. E' una comunità che conservava il ricordo del martirio dei suoi capi: Pietro e Paolo a Roma e Giacomo a Gerusalemme.

Messaggio di Marco.

Mc dice come dev'essere l'uomo davanti a Dio e lo fa con citazioni bibliche (vv. 2-3). Chi non apre il suo cuore a Dio, ai desideri che Dio ha messo in lui, non può capire Gesù. L'uomo immagine di Dio desidera Dio e Dio desidera l'uomo, desidera darsi a lui. Mc vuol portare alla contemplazione di Dio amore crocifisso. Si va da chi vuol sapere chi è Gesù, a chi vuole affidarsi a lui, confrontarsi con lui per conoscerlo e amarlo sempre di più. L'uomo ha sete di Dio e Giovanni Battista è l'uomo del desiderio, dell'attesa che prepara la venuta del Signore. Tutto l'Evangelo di Mc vuole illuminarci su chi è Gesù. Risuona più volte la domanda."Chi è costui?" in modo particolare di fronte ai miracoli. Poi attraverso la "Parola" fa capire il mistero di Dio che accetta di essere crocifisso per salvarci. La prima parte dell'Evangelo ci presenta i miracoli di Gesù e ci fa vedere in Lui la nostra speranza (8, 19). La seconda parte ci porta a confrontare i nostri desideri con la "Parola" della croce e ci dà la risposta per bocca del centurione che dopo aver visto Gesù spirare, esclamò: "Costui era veramente il Figlio di Dio"(15, 39).

Prendiamo ora il testo.

v.1. Inizio, (o principio, in greco en arkè). L'inizio dell' Evangelo di Mc ci richiama subito l'inizio della Bibbia. Genesi 1 infatti, comincia proprio così. "In principio Dio creò"...Gesù è il principio, l'inizio di un mondo nuovo, con cieli nuovi e terra nuova dimora dell' uomo nuovo.

Evangelo. Può essere tradotto 'con buona novella'. In antico era 'il premio di buone cose' che si dava al messaggero che portava una buona notizia. Nel greco biblico significa 'dare una buona notizia'. Nel Deutero Isaia, è l'annuncio a Gerusalemme, che Dio sta per visitare il suo popolo e operare la redenzione, la liberazione dalla cattività (esilio, schiavitù) babilonese causata dai peccati, la liberazione realizzata dal Servo del Signore non è solo per Israele, ma per tutti i popoli.

Evangelo quindi è la buona notizia che Dio non è padre-padrone che giudica e punisce, ma padre-madre che perdona, accoglie, è amore che salva. Per Mc la buona notizia è Gesù stesso. E' l'annuncio fatto da Gesù e l'annuncio su Gesù, perché Gesù è, sia annunciatore, sia annunciato. Il nome "Gesù" in ebraico (Yeshuà) significa "Dio salva".

Cristo. E' l'attributo di Gesù, (parola che in ebraico è mashiah- messia e) significa 'unto', cioè re, perché i re venivano consacrati con l'unzione. Ma come sappiamo la regalità di Gesù è diversa dalle aspettative di gloria e Gesù sarà il messia che muore in croce.

Figlio di Dio. E' il titolo che Mc dà a Gesù. Gesù è il centro di tutto l'Evangelo. E' la risposta che troveremo alla fine dell' Evangelo all' interrogativo "Chi è costui?".

v.2.Come sta scritto nel profeta Isaia ...... Le prime comunità cristiane attendevano l'imminente venuta del messia e Mc vede in Giovanni Battista la realizzazione delle profezie dell'AT: Mal 3, 1 (l'angelo che prepara la venuta del Signore) e Is 40, 3 (la voce che annuncia la libertà dall'esilio). 'L'angelo' ricorda anche Es 23, 20 in cui Dio promette a Israele un angelo per proteggerlo e condurlo nella terra promessa. Mosè condusse il popolo attraverso il deserto, Gesù sarà la guida nell'esodo vero il Padre.

v.3.Voce di uno che grida nel deserto. E' l'inizio del 'libro della consolazione' (Is 40, 3) in cui il profeta consola il popolo in esilio dove si trova a causa della infedeltà al Signore; gli viene annunciato che la sua schiavitù è finita e può prepararsi al ritorno in patria. Al Dio della misericordia nulla è impossibile.

Giovanni Battista è la voce che annuncia, Gesù è la parola che viene a salvare.

v.4 .Vi fu Giovanni che battezzava nel deserto... Il deserto è il luogo dove Dio ha trasformato una massa di gente errante in popolo, il popolo di Dio. Il deserto è il luogo della prova (Dt 8,1ss), ma è anche il luogo dell'incontro con il Signore. Nel lungo cammino dalla schiavitù alla libertà, Dio ha rivelato se stesso. Nell'aridità del deserto, lontano dallo stordimento del chiasso, s'impara a conoscere se stessi e a conoscere Dio.Il battesimo di Giovanni chiama ad accogliere l'azione di Dio.

..e proclamava un battesimo di conversione per il perdono dei peccati. Il rito di immersione indica la morte e quello di emersione il ritorno alla vita. La conversione tanto predicata dai profeti è il cambiamento di vita per orientarsi verso Dio. Il perdono è l'opera di Dio, della sua misericordia nei nostri confronti. Peccare in ebraico significa 'fallire il bersaglio'. Peccando, l'uomo si allontana dal suo fine che è amare Dio. Il peccato è l'incapacità di amare Dio che ci ama e l'incapacità di amare il prossimo.

v5. Accorrevano a lui tutta la regione....confessando i loro peccati....ognuno deve lasciare qualcosa di proprio per recarsi verso Colui che viene, deve riconoscere il proprio peccato, confessarlo, immergersi nel Giordano, e poi accogliere la buona notizia di Dio che viene a salvare chi era perduto.

v.6.Gv B era vestito di peli di cammello con una cintura...ai fianchi... Era il vestito di Elia il primo dei profeti. Gv B è l'ultimo. Il cammello che porta i pesi degli altri attraverso il deserto, può essere visto come una immagine di Cristo che porta i nostri peccati e Giovanni se ne è rivestito (Rom 13,14). La cintura di pelle faceva parte dell'abbigliamento dei profeti come segno di continenza e di padronanza di sé.

...mangiava cavallette e miele selvatico. Sono il nutrimento del deserto. Il miele è figura della Parola di Dio,"più dolce del favo di miele" (Sal 19,11; 118,103; Ez 3,3; Ger 15,16). Per Gv. B. la Parola di Dio è il cibo che vince il male.

v.7.Viene dopo di me colui che è più forte di me..... E' il Signore in persona che viene: 'il Veniente' e Gv B. che lo precede è anche il primo discepolo.

Lo Spirito Santo è la forza nuova che caratterizza Gesù e i suoi (13,11). Il battesimo di Gv B è in vista del perdono dei peccati, perdono concesso da Gesù mediante il battesimo nella forza dello Spirito Santo (2,1-12; 3, 28-30).

v.8. Egli vi battezzerà in Spirito Santo. Alcuni passi dell' AT parlano di una futura effusione dello Spirito negli ultimi tempi (Gl 3,1; Ez 36,25s; Ger 31,31ss). Gesù viene a portare a compimento le profezie. Colui che viene, dice Gv B, "vi battezzerà in Spirito Santo", vi immergerà nella vita stessa di Dio. Essere battezzati è essere immersi i Cristo, nella sua passione e morte; è essere sepolti con lui per risuscitare insieme a lui. .

Per la riflessione:

- La mia fede in Gesù Figlio di Dio è solo teorica o è viva e operante nel mio modo di vivere?

-Sento come mia la voce che chiama a preparare la venuta di Gesù? Come prepararla in concreto? - Il deserto, che significato ha per me (tentazione, prova, incontro con il Signore?)

 

1^   DOMENICA DEL TEMPO DI  AVVENTO   anno B

 

Oggi vogliamo meditare la Parola offertaci dalla liturgia  della prima domenica del tempo di Avvento.

Con il tempo di Avvento si apre un nuovo anno liturgico, un nuovo periodo  per il nostro vivere in consonanza con la vita della Chiesa. Sarebbe molto bello parlare dell’anno liturgico e in particolare del Tempo di Avvento, ma non è questa la sede  adatta. Soffermandoci però sul Vangelo propostoci in questa domenica, possiamo far emergere quello che il

Signore ci vuol comunicare per poterci aprire in questo tempo nell’attesa del prossimo ricordo del Mistero dell’Incarnazione. Quindi dovremo attualizzare il Vangelo, cercare di comprendere ciò che la Parola di questa prima domenica di Avvento ci vuol dire  e far vivere all’inizio di questo Tempo particolare.

 

Innanzitutto vediamo brevemente il conteso di questa parabola:Mc 13,21-32 ; si parla di una venuta del “Figlio dell’uomo” ( v.26 ) e dell’invito a prevedere,  con attenzione ai segni, questa prossima venuta ( v. 29 ). Mc 14, 34- 41 ; è la scena della preghiera di Gesù al Getsémani; Gesù chiede ripetutamente ai suoi di vegliare per condividere la sua intima sofferenza e la sua preghiera al Padre.

Il nostro brano è un pressante invito, da parte di Gesù, a vegliare in vista di un ritorno. Ci sono quindi due fondamentali elementi: il Vegliare da parte dell’uomo, il ritorno, la venuta da parte di Dio.

Vorrei proporre due schemi che ci possono illuminare e fornirci un percorso su cui basare la nostra riflessione

personale questa sera, ma soprattutto l’atteggiamento interiore con cui vivere questo tempo di Avvento.

Vigilare o vegliare è l’atteggiamento di chi attende; e attendere presuppone il desiderare una persona, un avvenimento; e il desiderio scaturisce da una situazione di bisogno: sono queste le fasi di un semplice processo che si radica nella

vita interiore di ogni essere umano: dal bisogno scaturisce il desiderio che genera un atteggiamento di attesa la quale rende necessaria un vigilanza (cfr. Tb 10,7 ).

 

Ora pensiamo al modo di agire di  Dio e in particolare quale sia il Suo relazionarsi con l’uomo, come agisce nei confronti dell’umanità: è un Dio che si fa continuamente presente all’uomo, che segue il suo cammino da vicino.

 

Esaminando in particolare un brano del profeta Ezechiele ( Ez 43,1-9 ) troviamo tre verbi per indicare la presenza del Signore nel tempio rinnovato: venire ( vv. 1.4 ), riempire (v. 5 ), abitare (vv.7.9 )Insieme questi tre verbi esprimono

una progressione; il primo significa nello stesso tempo venire ed entrare. La gloria di Dio che aveva abbandonato il vecchio tempio viene ora da oriente ed entra nel nuovo tempio; questo verbo è usato per Dio una quarantina di volte nell’AT; questo vuol dire che c’è uno spazio nel nostro mondo che si apre alla presenza divina; Dio è il Dio del cielo,

 ma è anche un Dio che viene, il mondo è altro da Dio, ma è anche spazio che accoglie Dio, lo spazio umano diviene un recipiente atto ad accogliere la presenza di Dio stesso, e se Dio riempie, non c’è spazio per nient’altro ( idoli, peccato ecc. ) , quando Dio vivente entra nello spazio mondano, lo riempie e quindi lo completa, lo porta a piena realizzazione. Dio, inoltre, nel nostro brano viene per porre la sua abitazione in mezzo al popolo; perché Dio possa abitare in

mezzo agli uomini, bisogna che lo spazio umano possa diventare spazio sacro, esige cioè la formazione di una umanità nuova capace di rispondere alla presenza di Dio con la propria fedeltà.

 

Il brano tratto dal profeta Ezechiele illumina il grande evento del Natale nel suo significato più profondo: Dio viene definitivamente nel tempio della nostra umanità, nella persona del suo unigenito ,per riempirla della sua presenza, per porvi una stabile dimora. Questo straordinario evento è avvenuto 2000 anni fa , ritorna in pienezza ogni anno nel

giorno del Natale, avviene in ogni celebrazione dell’Eucaristia.

La vigilanza cristiana non è paura né un aspettare passivo che il Signore venga; consiste nel vivere con pienezza la propria vita, nutrita dalla preghiera per preparare in noi un cuore vergine ( Ct 5,2 ), aperto cioè e disponibile ad accogliere, come in un tempio il Dio altissimo e farne sua abitazione. E’ ciò che è avvenuto, in modo eccellente, in Maria, nuovo tempio del popolo di Israele, modello ed esempio per tutta l’umanità.

 

La vigilanza, perciò, mobilita le nostre energie, ci rende protagonisti nella Chiesa e nel mondo pronti e solleciti; essa è soprattutto attenzione assidua alla Parola di Dio per esultare ogni volta che in essa scorgiamo il volto dell’Amato che viene.

Il Cristo infatti non è soltanto colui che verrà ( nel prossimo Natale o alla fine dei tempi ), ma colui che viene incessantemente.

 Come abbiamo detto, la natura umana vive costantemente in una situazione di incompletezza, di bisogno di essere riempita. Amare Cristo significa desiderare la sua definitiva manifestazione , attendere che egli, con la sua venuta, guidi al suo ultimo destino tutto l’universo rigenerato, vigilare per essere pronti ad accoglierlo, ad aprirgli le porte

del tempio che è ciascuno di noi perché lo Spirito, riempiendo il nostro essere ci porti alla comunione perfetta con

il Padre.

 Come potremmo dunque non desiderare e amare la sua venuta? La nostra vita perciò se la viviamo, nella coscienza dei nostri limiti, desiderando e attendendo con un cuore vigile e attento il Cristo che viene, diviene  liturgia di un Avvento perenne.

 

 

 

 

 

Tempo di Avvento - anno A

 

PRIMA DOMENICA DI AVVENTO

“Andiamo con gioia incontro al Signore”

“Il tempo di Avvento ha un doppio carattere: è infatti tempo di preparazione alla solennità del Natale, in cui si ricorda la prima venuta tra gli uomini del Figlio di Dio, e insieme tempo in cui, per mezzo di questo ricordo, gli spiriti vengono rivolti all’attesa della seconda venuta di Cristo alla fine dei tempi. Per questi due motivi il tempo di Avvento si presenta come tempo di devota e gioconda attesa”. (da “Norme generali sull’anno liturgico e il calendario”)

L’evangelista Matteo, nella sintesi escatologica del suo vangelo, riporta alcune parabole che dovrebbero aiutare a riconoscere i segni della prossima venuta del Signore.

Gesù ci avverte sul carattere inaspettato del suo ritorno: è questo il significato del paragone con i giorni del diluvio (vv. 37-39) e quello con il ladro che coglie di sorpresa il padrone di casa.

La sorte che attende gli uomini in quel giorno (vv.40-41) sarà diversa. Non ci saranno distinzioni di sorta (“uomini” e “donne”) e le condizioni esteriori di vita non incideranno nel giudizio (si tratta infatti di persone occupate negli stessi lavori). Come avvenne nel diluvio: “ti ho visto giusto dinanzi a me in questa generazione”(Gen. 7,1).

Il termine parousia usato da Matteo, nel periodo ellenistico veniva utilizzato per indicare la venuta solenne o la visita ufficiale di un re in una città. Nel cristianesimo primitivo tale termine è stato ben presto usato per indicare il trionfale ritorno di Cristo alla fine dei tempi (1 Tess. 2,19; 4,15; 2 Tess.2,1.8.9; 1 Cor 15,23). Il richiamo di Gesù sulla necessità della vigilanza e dell’attesa ben si comprende nell’ottica di questo termine: sapendo che viene a trovarci un amico, lasceremo forse la casa in disordine? C’è un incontro al quale siamo invitati: vorremmo forse mancare?

I ritmi della vita attuale dell’uomo sempre più convulsi, riducono sempre più il margine dell’imprevisto: tutto deve essere «computerizzato», classificato, neutralizzato, assicurato.

Per il cristiano Cristo continua ad essere un avvenimento sconvolgente: quando irrompe nella sua vita impone un radicale cambiamento che spezza e trasforma la «routine» quotidiana.

Cristo non può essere programmato: deve essere atteso, lasciando che nella nostra vita ci sia spazio per la sua presenza. La vigilanza cristiana permette di leggere in profondità i fatti per scoprirvi la «venuta» del Signore. Esige un cuore desto e una coscienza che rifiuti le opere delle tenebre per indossare le armi della luce.

L’Avvento ci spinge a “camminare nella luce del Signore”, a salire, a svegliarci per attendere che ancora si rinnovi il “miracolo” della storia di Gesù: “Il Verbo si è fatto carne e ha posto la sua tenda tra noi”(Gv 1,14).

«Nessuno possiede Dio in modo tale da non doverlo più attendere. Eppure non può attendere Dio chi non sapesse che Dio ha già atteso lungamente lui.»                                                                    Bonhoeffer

 

 

 

 

Tempo di Avvento - anno B

 

I domenica di Avvento - inizio del nuovo anno liturgico

 

"L'anno liturgico.

Celebrare la Pasqua nel tempo"

   Secondo un'antica tradizione liturgica, durante la celebrazione eucaristica nell'Epifania del Signore, alla proclamazione dell'Evangelo segue l'annuncio della Pasqua.

     Nella sua forma attuale il testo, dopo aver ricordato che "il centro di tutto l'anno liturgico è il Triduo del Signore crocifisso e risorto" e aver fissato in quale domenica cadrà la pasqua di risurrezione, annuncia le date degli altri "giorni santi che scaturiscono dalla Pasqua: le Ceneri, con l'inizio della Quaresima, l'Ascensione del Signore, la Pentecoste, la prima domenica di Avvento". Precisa inoltre che "in ogni domenica, Pasqua della settimana, la Chiesa rende presente l'evento nel quale Cristo ha vinto il peccato e la morte; anche "nelle feste della santa Madre di Dio, degli apostoli e dei santi e nella commemorazione dei fratelli defunti [...] proclama la Pasqua del Signore"

    L'anno liturgico viene in tal modo presentato nel suo sviluppo unitario: al sua cuore c'è la Pasqua, nella quale si ricapitola l'intera storia della salvezza e dalla quale anche il senso del tempo viene trasformato e unificato, riscattandolo dalla sua frammentarietà. Come a più riprese sant'Agostino afferma nel De civitate Dei, Gesù Cristo, con la sua incarnazione e la sua vicenda storica, spezza il cerchio del tempo, lo sottrae alla ripetitività ciclica di un destino insensato e lo trasfigura in un sacramento della salvezza operata dal padre. Di conseguenza la Chiesa può cantare con verità, nel suo annuncio epifanico e pasquale, che il tempo, con i suoi ritmi cosmici e antropologici che lo scandiscono, ora scaturisce dalla Pasqua di Cristo e in essa trova il suo significato.

L'anno non è più un succedersi circolare di giorni, per cui al primo segue il due gennaio e così via, sino a un ulteriore ed eguale inizio, ma è il prendere corpo nel tempo dell'unico mistero che ci salva, la morte e la risurrezione del Signore. L'evento pasquale, accaduto una volta per sempre, è in grado tuttavia - in questo avvenimento escatologico che compie la pienezza del tempo - di rendersi contemporaneo a ogni nostro giorno e di riempirlo di sé, come un'unica linfa innerva e dona vita ai molteplici tralci di una vite feconda.

     Il lento migrare dei giorni diventa il dilatarsi della Pasqua in tutto il tempo umano, mentre a nostra volta entriamo più intimamente nel mistero pasquale, sino a quando non si compirà definitivamente nella nostra vita e, morti in Cristo, con lui anche risorgeremo.

     (...) l'unico mistero della Pasqua si ripresenta nel corso dell'anno secondo le diverse stagioni liturgiche dell'Avvento, del Natale, della Quaresima, che si alternano al tempo ordinario. Più che riproporre simbolicamente i diversi tempi della vicenda storica di Gesù, dalla nascita alla morte, dall'esaltazione al dono dello Spirito, l'anno liturgico celebra il mistero pasquale distendendolo lungo le coordinate del tempo umano, che si rapporta alla storia secondo le scansioni della preparazione e dell'attesa, della presenza e dell'assenza, della memoria e della speranza. Così mentre l'Avvento ci orienta al compimento che attendiamo, il Natale ci rende attenti a decifrare i segni del regno già presenti nella storia; la Quaresima ci conduce a conformare la vita al Crocifisso risorto, mentre il Tempo ordinario ci educa a perseverare nella durata tra il già e il non-ancora. In ogni tempo è comunque sempre la Pasqua a rendersi presente, come sorgente di vita che trascende i limiti del tempo e vi fa irrompere l'eterno futuro di Dio.

 

Il suo nome è Oriente. Il tempo dell'Avvento

    Il libro dell'Apocalisse si conclude con l'invocazione dello Spirito e della sposa che dicono insieme "Vieni" e ascoltando la promessa del Signore: "Sì, verrò presto!" (cfr. Ap22, 17-21). Colui che era e che è rimane sempre colui che viene.

        Al cuore della nostra esperienza credente c'è un'attesa, che non è generata semplicemente da un'assenza, ma da una venuta. Il Risorto non è infatti assente dalla sua comunità, anche se i segni della sua presenza non sono immediatamente riconoscibili, ma esigono un discernimento nello Spirito. Infatti, dopo la Pasqua, "non con gli occhi della carne, ma con quelli dello Spirito si vede Gesù" (sant'Ambrogio di Milano). Tuttavia la sua presenza è sempre quella di un Veniente, che rimane altro rispetto ai nostri tentativi di catturarlo e di ricondurlo dentro i confini angusti delle nostre attese e dei nostri bisogni. Il suo venire ci converte sempre a un andare verso di lui, in un esodo da noi stessi che ci consegna alla novità e allo stupore di un incontro imprevedibile. "Chi ha ascolta ripeta: "Vieni". Chi ha sete venga" (Ap 22, 17). Non si può invocare la sua venuta senza questa disponibilità ad andare/venire verso di lui, laddove egli conduce, verso i pascoli erbosi e le acque della vita.

       Sempre l'Apocalisse ricorda, in piena sintonia con altri testi neo testamentari, che il Signore viene come un ladro (cfr. 3,3; 16,15). Questa metafora inconsueta, oltre avocare l'imprevedibile della sua venuta che ci esorta a una vigilanza perseverante, invita a lasciarci"rubare" qualcosa da colui che viene. Egli deve strapparci anzitutto a noi stessi, alla certezza dei nostri possessi, anche di fede, perché la relazione con il Signore diviene autentica soltanto se sa passare attraverso "inizi sempre nuovi, che non hanno fine" (Gregorio di Nissa).

         Il nostro Dio ha sempre un "volto albeggiante" (J.B.Metz). Il suo sguardo ha il colore e la profondità di un'aurora. E' come un sole che sorge sulla nostra vita. Vir Oriens nomen eius, canta un'antifona del Tempo di Avvento, riprendendo un'espressione del profeta Zaccaria, secondo la Vulgata (cfr. Zc 6,12). Oriente è il nome di Dio. L'Avvento è un tempo privilegiato nel quale tornare a orientare la nostra vita, nel senso originario dell'espressione che esorta a volgerci verso oriente, che è il luogo di Dio. L'uomo che perde la sua relazione con l'oriente si smarrisce; il suo diventa un progetto autonomo che dimentica la dipendenza creaturale dal suo principio vitale. Nelle prime pagine della Genesi viene ricordato il peccato di Babele (11,19), che nasce anche da questo disorientamento radicale, "Emigrarono da oriente", esordisce il racconto, e l'esito di questo capovolgimento di prospettiva è l'innalzamento di una torre, simbolo di un uomo che progetta la propria città, il proprio futuro, senza attendere e accogliere quella promessa di Dio che sorge sempre in modo nuovo sulla sua vita. All'uomo di Babele Dio risponde con la chiamata di Abramo, che è colui che si fida della promessa di Dio e, anziché progettare una città, lascia la propria terra per andare verso quella terra non ancora conosciuta che Dio promette di indicargli (cfr. Gen 12,1-4). L'uomo occidentale è oggi malato di questa pretesa di essere l'unico artefice della propria vita, e, volgendosi verso occidente, guarda soltanto a ciò che le sue mani possono inventare e produrre, fino alla manipolazione genetica della vita. L'Avvento converte lo sguardo facendoci ascoltare la promessa di colui che viene a "rendere a ciascuno secondo le sue opere" (cfr. Ap 22,12), il che significa che viene a condurre a termine ciò che le nostre mani sanno così spesso solo incominciare, nell'attesa che il Veniente dia pienezza e compimento (...).

       Facendoci ricordare la prima venuta del Signore e orientando lo sguardo verso la promessa della sua ultima e definitiva venuta, il tempo liturgico dell'Avvento ci conduce  a riconoscere i segni del suo continuo venire nella nostra storia. E' ciò che san Bernardo chiama il medius Adventus, l'Avvento di mezzo, o "tempo di visitazione". Celebrando la memoria dell'incarnazione e attendendo la venuta nel compimento, noi facciamo del tempo della nostra attesa anche l'occasione in cui scoprire con meraviglia che il nostro Dio desidera essere atteso. Non solo esige la nostra  vigilanza, ma fa  della nostra attesa l'oggetto del suo desiderio. Ogni uomo gioisce nel sapersi atteso da qualcuno. Questo è vero anche per il Signore Gesù (...) Dio cerca e desidera qualcuno che lo accolga a lo lasci dimorare nella sua vita. la sua venuta suscita la nostra vigilanza, ma d'altra parte la nostra attesa fa sì che il suo sia davvero un venire, qualificato dallo stile dell'incontro personale. Egli ci invita alla vigilanza, perché chi ama cerca qualcuno che lo attenda.

 Luca Fallica, "Grandi e mirabili sono le tue opere, o Signore Dio onnipotente. Meditazioni per vivere l'anno liturgico",

 ed. Queriniana 2002

 

II domenica di Avvento

 

"Raddrizzate i sentieri del Signore"

dalle "Omelie di Luca" di Origene, sacerdote

   Esaminiamo quanto è annunciato a proposito dell'avvento di Cristo. Dapprima sta scritto di Giovanni: "Voce di uno che grida nel deserto: Preparate la via del Signore, raddrizzate i suoi sentieri" (Lc 3,4). Quanto segue si riferisce espressamente al Signore e Salvatore. Non è infatti Giovanni che "ha riempito ogni burrone", ma il nostro Signore e Salvatore. Osservi ciascuno ciò che era prima di avere la fede: si accorgerà che era un burrone profondo, un burrone in pendio che sprofondava negli abissi. Ma quando è venuto il Signore Gesù e ha inviato quale suo vicario lo Spirito Santo, "ogni burrone è stato colmato". E' stato riempito con le buone opere e i frutti dello Spirito Santo. La carità non lascia che in te resti un burrone, perché, se possiedi la pace, la pazienza e la bontà, non soltanto cesserai di essere un burrone, ma comincerai a divenire "montagna" di Dio.

            Se invece dirai che le montagne e le colline abbattute sono le potenze nemiche, che si ergevano contro gli uomini, non sbaglierai. Infatti, perché siano colmati i burroni di cui parliamo, dovranno essere abbattuti monti e colline, le potenze nemiche.

         Ma vediamo se si compiuta la profezia seguente che concerne l'avvento di Cristo. Dice infatti: "E i passi tortuosi siano diritti". Ognuno di noi era tortuoso - se lo era soltanto allora senza essere rimasto tale - e, per la venuta di Cristo nella nostra anima, tutto ciò che era tortuoso è diventato diritto. A che ti serve infatti che Cristo sia venuto un tempo nella carne, se non è venuto anche nella tua anima? Preghiamo dunque perché ogni giorno il suo avvento si compia in noi, onde possiamo dire: "Non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me" (Gal 2,20).

         E' venuto il mio Signore Gesù e ha spianato le tue asperità, ha mutato in strade dritte tutto il tuo disordine, per formare in te una strada senza inciampi, dove Dio padre potesse venire a te per un cammino dolce e purissimo, e Cristo signore potesse fissare in te la sua dimora dicendo: "Il Padre mio e io verremo e prenderemo dimora presso di lui" (Gv 14,23).

 

III domenica di Avvento

"In mezzo a voi sta uno che voi conoscete"

dal "Trattato sulle opere dello Spirito Santo"  di Ruperto di Deutz, abate

   Il battesimo di Giovanni è il battesimo di un servo; il battesimo di Cristo è il battesimo del Signore. Il primo e per la conversione, il secondo è per il perdono dei peccati.

          Cristo fu manifestato dal battesimo di Giovanni, ma fu glorificato dal suo proprio battesimo, cioè dalla sua passione. Infatti Giovanni dice del suo battesimo: "Io non lo conoscevo, ma sono venuto a battezza con acqua, perché egli fosse fatto conoscere in Israele" (Gv 1,31). Ma Cristo, già battezzato da Giovanni dice: "C'è un battesimo che devo ricevere e come sono angosciato finché non sia compiuto!" (Lc 12,50). Il battesimo di Giovanni preparava il popolo a quello di Cristo e il battesimo di Cristo aprì al popolo il Regno di Dio. Giovanni esortava chi riceveva il suo battesimo a credere nel Maestro che sarebbe venuto dopo di lui; quelli di essi che morirono prima della passione di Cristo, alla sua morte senza dubbio furono purificati dai peccati, per quanto gravi fossero ed entrarono con lui in paradiso, con lui videro il regno di Dio. Nondimeno bisogna sapere che ai battezzati da Giovanni, che vissero dopo la glorificazione di Gesù mentre si predicava la buona novella, se "non accolsero" il Cristo, se non credettero necessario essere da lui battezzati, a nulla servì il battesimo di Giovanni. L'apostolo Paolo, che sapeva questo, "trovò alcuni discepoli e disse loro: Avete ricevuto lo Spirito Santo quando siete venuti alla fede?" e ancora: "Quale battesimo avete ricevuto?" e sottintendeva: se non avete "nemmeno sentito dire che ci sia uno Spirito Santo". Alla loro risposta: "Il battesimo di Giovanni" disse: "Giovanni ha amministrato un battesimo di penitenza, dicendo al popolo di credere in colui che sarebbe venuto dopo di lui, cioè in Gesù. Dopo avere udito questo si fecero battezzare nel nome del Signore Gesù, e non appena Paolo ebbe imposto loro le mani, scese su di loro lo Spirito Santo". (At 19,2-6).

          Quanto di gran lunga meno importante era il battesimo del servo, che non faceva neppure conoscere l'esistenza dello Spirito Santo, a paragone col battesimo del Signore, che si conferisce nel nome del Padre e del Figlio, ma non senza lo Spirito Santo e nel quale lo Spirito Santo è dato per il perdono dei peccati.

 

IV domenica di Avvento

 

"Tutto il mondo attende la risposta di Maria"

dalle "Omelie sulla Madonna"  di San Bernardo, abate

   Hai udito, vergine, concepirai e partorirai un figlio; hai udito che questo avverrà non per opera di uomo, ma per opera dello Spirito Santo. L'angelo aspetta la risposta: deve far ritorno a Dio che l'ha inviato. Aspettiamo, o Signore, una parola di compassione anche noi, noi oppressi miseramente da una sentenza di dannazione.

           Ecco che ti viene offerto il prezzo della nostra salvezza: se tu acconsenti, saremo subito liberati. Noi tutti fummo creati nel Verbo eterno di Dio, ma ora siamo soggetti alla morte: con la tua breve risposta possiamo essere rinnovati e richiamati in vita.

          Te ne supplica in pianto, Vergine pia, Adamo esule dal paradiso con la sua misera discendenza; te ne supplicano Abramo e Davide; te ne supplicano insistentemente i santi patriarchi che sono i tuoi antenati, i quali abitano anch'essi nella regione tenebrosa della morte. Tutto il mondo è in attesa, prostrato alle tue ginocchia: dalla tua bocca dipende la consolazione dei miseri, la redenzione dei prigionieri, la liberazione dei condannati, la salvezza di tutti i figli di Adamo, di tutto il genere umano.

          O Vergine, da' presto la risposta. Rispondi sollecitamente all'angelo, anzi, attraverso l'angelo, al Signore. Rispondi la tua parola e accogli la Parola: di' la tua parola umana e concepisci la Parola divina, emetti la parola che passa e ricevi la parola eterna.

        Perché tardi? perché temi? Credi all'opera del Signore, da' il tuo assenso ad essa, accòglila.Nella tua umiltà prendi audacia, nella tua verecondia prendi coraggio. In nessun modo devi ora, nella tua semplicità verginale, dimenticare la prudenza; ma in questa sola cosa, o Vergine prudente, non devi temere la presunzione. Perché, se nel silenzio, è gradita la modestia, ora è piuttosto necessaria la pietà nella parola. Apri, o Vergine beata, il cuore alla fede, le labbra all'assenso, il grembo al Creatore. Ecco che colui al quale è volto il desiderio di tutte le genti, batte fuori alla porta. Non sia che mentre tu sei titubante, egli passi oltre e tu debba, dolente, ricominciare a cercare colui che ami. Lèvati su, corri, apri! Lèvati con la fede, corri con la devozione, apri con il tuo assenso.

         "Eccomi"  dice, "sono la serva del Signore, avvenga di me quello che hai detto".

 

Tempo di Avvento - anno C

PRIMA DOMENICA

*All’inizio di un nuovo anno liturgico è bene metterci nella prospettiva giusta per tornare ad orientare la nostra vita al Signore.

Avvento: tempo con un ricco contenuto teologico che considera tutto il mistero della venuta del Signore nella storia fino al suo concludersi. I diversi aspetti del mistero si richiamano reciprocamente e si fondono in mirabile unità.

L’avvento ricorda e celebra, prima di tutto, la dimensione storico sacramentale della salvezza. L’“Atteso” delle nazioni, Colui che è “alleanza” si fa uomo. Vengono a compiersi le promesse di Dio ad Israele in un modo sconcertante: in Gesù di Nazaret si rivela il volto del Padre!

La storia è il luogo dell’attuarsi delle promesse di Dio ed è protesa verso il “giorno del Signore”.

La Chiesa, nel suo pellegrinaggio terreno, vive continuamente la tensione del già della salvezza compiuta da Cristo e del non ancora della sua attuazione in noi e della sua piena manifestazione nel ritorno glorioso del Signore giudice e salvatore.

Tutto il tempo di avvento è caratterizzato dalla celebrazione del mistero di Colui che viene, del Veniente.

Chiediamo allora al Signore di divenire persone “che hanno nel cuore l’urgenza della venuta di Cristo e con gli occhi che spiano cercano negli orizzonti della propria vita in suo Volto albeggiante” (J.B.Metz)

 

La liturgia della 1^ domenica di avvento dell’anno C apre questo tempo con due immagini: quella del germoglio e quella dei segni che dovranno accadere prima che ritorni il Figlio dell’Uomo.

 

L’immagine del germoglio, cara ai profeti, è il nome simbolico dato al Messia (cf Is 4,2; Is 11,1; Ger 23,5; Zc 3,8; Zc 6,12 anche se in questo testo il termine viene applicato a Zorobabele; nel NT: Ap 5,5) e viene associato al tema del giusto giudizio su Israele e sui popoli.

Anche il testo che meditiamo - tratto dal profeta Geremia - conferma questa linea, ma apre anche una prospettiva nuova: il Signore realizzerà le promesse di bene fatte alla casa di Israele e di Giuda (v. 14).

Come il germoglio tenero di una pianta reca in sé la potenzialità del fiore e del frutto per l’avvenire, così Geremia indica in questo “germoglio” la salvezza e la pace del popolo.

In un germoglio sta la speranza!! E’ lo stile di Dio che non sceglie forza e potenza, ma debolezza e povertà… sceglie lo scandalo dell’umanità assunta dal Verbo per rivelare e portare a compimento il suo disegno d’amore per ogni creatura!

Potremmo allora prendere questa immagine del germoglio come paradigma del tempo di avvento: attesa e speranza, desiderio e capacità di vedere l’oltre e l’Altro 

     “Ecco, faccio una cosa nuova:

                        proprio ora germoglia, non ve ne accorgete?”

(Is 43,19).

 

Nell’Evangelo di Luca siamo subito catturati dalle immagini apocalittiche presentate nei primi versetti del brano di questa domenica.

Angoscia di popoli in ansia, paura per ciò che dovrà accadere sulla terra…non è forse la nostra condizione attuale? E di tante generazioni prima di noi?

Il linguaggio apocalittico, per noi credenti del XXI secolo, è difficile, ma per le prime generazioni cristiane esprimeva la certezza che, malgrado tutto e contro tutte le apparenze, Dio è il Signore della storia. Perciò l’obiettivo principale del linguaggio apocalittico era quello di rianimare la fede e la speranza.

Le parole di Gesù aiutavano (ed aiutano) le comunità a leggere i fatti con lenti di speranza. In questo contesto l’esortazione alla vigilanza ci richiama ad essere preparati per il momento in cui l’ora di Dio si rende presente nel nostro oggi.

Gesù dà dei consigli in modo da stare attenti:

* evitare ciò che possa turbare ed appesantire il cuore (dissipazioni, ubriachezze ed affanni della vita, v.34)

* pregare sempre, chiedendo la forza per continuare ad attendere in piedi (così l’originale greco del verbo) la venuta del Figlio dell’uomo.

Detto in altre parole il discorso chiede un duplice atteggiamento: da un lato, la vigilanza sempre attenta di colui che è sempre accorto e, dall’altro, la tranquillità serena di colui che sta in pace. Questo atteggiamento è segno di molta maturità, poiché unisce la coscienza della serietà dell’impegno e la coscienza della relatività di tutto.

 

A conclusione di queste brevi note, una preghiera dell’indimenticabile Mons. Antonio Bello († 1993) vescovo di Molfetta e profeta dei nostri tempi:

“Santa Maria, vergine dell’attesa, donaci del tuo olio perché le nostre lampade si spengono. Vedi: le riserve si sono consumate. Non ci mandare ad altri venditori. Riaccendi nelle nostre anime gli antichi fervori che ci bruciavano dentro, quando bastava un nonnulla per farci trasalire di gioia.[….]

Se oggi non sappiamo attendere più, è perché siamo a corto di speranza. Se ne sono disseccate le sorgenti. Soffriamo una profonda crisi di desiderio. E, ormai paghi dei mille surrogati che ci assediano, rischiamo di non aspettarci più nulla neppure dalle promesse ultraterrene che sono state firmate col sangue dal Dio dell’alleanza.

Santa Maria, vergine dell’attesa, donaci un’anima vigiliare. Giunti alle soglie del terzo millennio, ci sentiamo purtroppo più figli del crepuscolo che profeti dell’avvento.

Sentinella del mattino, ridestaci nel cuore la passione di giovani annunci da portare al mondo, che si sente già vecchio. Portaci, finalmente, arpa e cetra, perché con te mattiniera possiamo svegliare l’aurora.

Di fronte ai cambi che scuotono la storia, donaci di sentire sulla pelle i brividi dei cominciamenti.

Facci capire che non basta accogliere: bisogna attendere. Accogliere talvolta è segno di rassegnazione. Attendere è sempre segno di speranza. Rendici, perciò, ministri dell’attesa. E il Signore che viene, Vergine dell’avvento, ci sorprenda, anche per la tua materna complicità, con la lampada in mano.”

 

 

SECONDA DOMENICA DI AVVENTO

“ La vera novità del Nuovo Testamento non sta in nuove idee,

ma nella figura stessa di Cristo,

che dà carne e sangue ai concetti - un realismo inaudito.”    (Benedetto XVI)

 

La scorsa domenica abbiamo fissato lo sguardo del cuore sulla speranza e sulla capacità profetica che ci richiede l’attesa del Signore. In questa seconda domenica di avvento la ricchezza dei testi scritturistici ci fa allargare lo sguardo “da occidente ad oriente” (Bar 5,5) fino all’evento della chiamata di Giovanni Battista, precursore del Messia. Nello spazio di questo sguardo è racchiusa la storia della salvezza di Israele e di tutte le genti.

 

La prima lettura, tratta dal profeta Baruc, è densa di lirismo. Poema scritto in terra d’esilio, a Babilonia, ha l’intento di incoraggiare, consolare e ricordare le speranze messianiche a coloro che vivono così lontani dalla propria terra.

Alla città amata Gerusalemme, viene ingiunto di deporre le vesti del lutto per essere rivestita non di seta e bisso, ma della giustizia e della gloria donata da Dio stesso.

“Sorgi”, “sta in piedi”, “guarda”, “esulta per il ricordo di Dio”: nella dinamicità di questi verbi possiamo cogliere il messaggio dell’avvento. Non c’è passività nell’attesa, ma volontaria disponibilità ad essere colmati nella nostra costituzionale e radicale mancanza: “Grandi cose ha fatto il Signore per noi ci ha colmati di gioia”(salmo responsoriale).

Gioia non effimera e superficiale che si “sgonfia” alla prima difficoltà, ma che si radica nel ricordo - non nostalgico - ma vivo ed attuale dell’irruzione della salvezza nella storia, nella MIA STORIA! Il fluire del tempo è attraversato dalla parola di Dio che trasforma la storia. Dall’ “In Principio” del Genesi, al Logos fatto carne fino agli ultimi tempi, un unico motivo giunge fino a noi: l’amore di Dio! E’ questo il motivo profondo della gioia cristiana.

 

L’ Evangelo di Luca ci presenta Giovanni Battista, la sua vocazione, in un preciso momento storico, ben definito sia a livello politico sia religioso (Lc 3,1-2). Presentazione che non è solamente storica, ma d’importanza teologica: Luca rileva l’irruzione di Dio nella storia del mondo e l’adempimento delle sue promesse.

In Giovanni il Battista, infatti, si compie l'oracolo di Isaia: "Voce di colui che grida nel deserto: preparate le vie del Signore, raddrizzate i suoi sentieri". La Parola di Dio giunge al presente della vita dei giudei (Pilato procuratore di Giudea, ed Erode tetrarca di Galilea, regioni abitate in gran parte dai giudei) e della vita dei pagani (Filippo tetrarca di Iturea e di Traconide, Lisania tetrarca di Abilene, regioni pagane).

 

“La parola di Dio scese su Giovanni, figlio di Zaccaria, nel deserto” (Lc 3,2). Letteralmente si può tradurre: la parola di Dio avvenne a (o sopra) Giovanni.

La parola di Dio scende su colui che è stato chiamato fin dal grembo materno (1,15), come un tempo su Geremia, tanto da abbandonare il deserto in cui viveva e iniziare a percorrere la regione del Giordano.

Il venire di Dio all’uomo porta con sé, inevitabilmente, un andare verso gli altri per renderli partecipi della stessa chiamata: quella della conversione.

In Giovanni vi è la sollecitudine divina a voler riconquistare l'uomo e a ricondurlo a sé, non prima di avergli mostrato la miseria spirituale e personale che comporta il peccato e la lontananza da Dio. L'uomo percorre sempre il "deserto", ossia uno stato di smarrimento, di perdizione nei quali cade, ma Dio nel deserto fa sentire la sua Voce.

La conversione è allora la più grossa opportunità per realizzare la nostra liberazione dal male e per ciò stesso è ragione di gioia e d’esultanza. Con la formazione di una nuova mentalità fondata sull’amore è possibile arricchirsi “sempre più in conoscenza e in ogni discernimento” al fine di “distinguere sempre il meglio ed essere integri e irreprensibili per il giorno di Cristo”(Fil 1,10).

Apprestiamoci allora ad accogliere il Cristo: possa Egli trovare in noi una via ben preparata, uno spazio dove fare la Sua Tenda per condividere la Sua Vita Divina!

 

Concludiamo anche queste brevi “suggestioni” con una preghiera di Mons. Antonio Bello († 1993):

Santa Maria, donna accogliente, aiutaci ad accogliere la Parola nell’intimo del cuore. A capire, cioè, come hai saputo fare tu, le irruzioni di Dio nella nostra vita. Egli non bussa alla porta per intimarci lo sfratto, ma per riempire di luce la nostra solitudine. Non entra in casa per metterci le manette, ma per restituirci il gusto della vera libertà.

Lo sappiamo: è la paura del nuovo a renderci spesso inospitali nei confronti del Signore che viene. I cambiamenti ci danno fastidio. E siccome lui scombina sempre i nostri pensieri, mette in discussione i nostri programmi e manda in crisi le nostre certezze, ogni volta che sentiamo i suoi passi, evitiamo di incontrarlo, nascondendoci dietro la siepe, come Adamo tra gli alberi dell’Eden.

Facci comprendere che Dio, se ci guasta i progetti, non ci rovina la festa; se disturba i nostri sonni, non ci toglie la pace.

E una volta che l’avremo accolto nel cuore, anche il nostro corpo brillerà della Sua Luce.

 

06010 Citerna (PG) - Località Zoccolanti, 8

( 075/8592126 - 7 075/8592126