Tempo di Avvento - anno A

 

PRIMA DOMENICA DI AVVENTO - 2 dicembre 2007

“Andiamo con gioia incontro al Signore”

 

“Il tempo di Avvento ha un doppio carattere: è infatti tempo di preparazione alla solennità del Natale, in cui si ricorda la prima venuta tra gli uomini del Figlio di Dio, e insieme tempo in cui, per mezzo di questo ricordo, gli spiriti vengono rivolti all’attesa della seconda venuta di Cristo alla fine dei tempi. Per questi due motivi il tempo di Avvento si presenta come tempo di devota e gioconda attesa”. (da “Norme generali sull’anno liturgico e il calendario”)

L’evangelista Matteo, nella sintesi escatologica del suo vangelo, riporta alcune parabole che dovrebbero aiutare a riconoscere i segni della prossima venuta del Signore.

Gesù ci avverte sul carattere inaspettato del suo ritorno: è questo il significato del paragone con i giorni del diluvio (vv. 37-39) e quello con il ladro che coglie di sorpresa il padrone di casa.

La sorte che attende gli uomini in quel giorno (vv.40-41) sarà diversa. Non ci saranno distinzioni di sorta (“uomini” e “donne”) e le condizioni esteriori di vita non incideranno nel giudizio (si tratta infatti di persone occupate negli stessi lavori). Come avvenne nel diluvio: “ti ho visto giusto dinanzi a me in questa generazione”(Gen. 7,1).

Il termine parousia usato da Matteo, nel periodo ellenistico veniva utilizzato per indicare la venuta solenne o la visita ufficiale di un re in una città. Nel cristianesimo primitivo tale termine è stato ben presto usato per indicare il trionfale ritorno di Cristo alla fine dei tempi (1 Tess. 2,19; 4,15; 2 Tess.2,1.8.9; 1 Cor 15,23). Il richiamo di Gesù sulla necessità della vigilanza e dell’attesa ben si comprende nell’ottica di questo termine: sapendo che viene a trovarci un amico, lasceremo forse la casa in disordine? C’è un incontro al quale siamo invitati: vorremmo forse mancare?

I ritmi della vita attuale dell’uomo sempre più convulsi, riducono sempre più il margine dell’imprevisto: tutto deve essere «computerizzato», classificato, neutralizzato, assicurato.

Per il cristiano Cristo continua ad essere un avvenimento sconvolgente: quando irrompe nella sua vita impone un radicale cambiamento che spezza e trasforma la «routine» quotidiana.

Cristo non può essere programmato: deve essere atteso, lasciando che nella nostra vita ci sia spazio per la sua presenza. La vigilanza cristiana permette di leggere in profondità i fatti per scoprirvi la «venuta» del Signore. Esige un cuore desto e una coscienza che rifiuti le opere delle tenebre per indossare le armi della luce.

L’Avvento ci spinge a “camminare nella luce del Signore”, a salire, a svegliarci per attendere che ancora si rinnovi il “miracolo” della storia di Gesù: “Il Verbo si è fatto carne e ha posto la sua tenda tra noi”(Gv 1,14).

«Nessuno possiede Dio in modo tale da non doverlo più attendere. Eppure non può attendere Dio chi non sapesse che Dio ha già atteso lungamente lui.»                                                                    Bonhoeffer

 

 

Tempo di Avvento - anno C

PRIMA DOMENICA - 3 dicembre 2006

*All’inizio di un nuovo anno liturgico è bene metterci nella prospettiva giusta per tornare ad orientare la nostra vita al Signore.

Avvento: tempo con un ricco contenuto teologico che considera tutto il mistero della venuta del Signore nella storia fino al suo concludersi. I diversi aspetti del mistero si richiamano reciprocamente e si fondono in mirabile unità.

L’avvento ricorda e celebra, prima di tutto, la dimensione storico sacramentale della salvezza. L’“Atteso” delle nazioni, Colui che è “alleanza” si fa uomo. Vengono a compiersi le promesse di Dio ad Israele in un modo sconcertante: in Gesù di Nazaret si rivela il volto del Padre!

La storia è il luogo dell’attuarsi delle promesse di Dio ed è protesa verso il “giorno del Signore”.

La Chiesa, nel suo pellegrinaggio terreno, vive continuamente la tensione del già della salvezza compiuta da Cristo e del non ancora della sua attuazione in noi e della sua piena manifestazione nel ritorno glorioso del Signore giudice e salvatore.

Tutto il tempo di avvento è caratterizzato dalla celebrazione del mistero di Colui che viene, del Veniente.

Chiediamo allora al Signore di divenire persone “che hanno nel cuore l’urgenza della venuta di Cristo e con gli occhi che spiano cercano negli orizzonti della propria vita in suo Volto albeggiante” (J.B.Metz)

 

La liturgia della 1^ domenica di avvento dell’anno C apre questo tempo con due immagini: quella del germoglio e quella dei segni che dovranno accadere prima che ritorni il Figlio dell’Uomo.

 

L’immagine del germoglio, cara ai profeti, è il nome simbolico dato al Messia (cf Is 4,2; Is 11,1; Ger 23,5; Zc 3,8; Zc 6,12 anche se in questo testo il termine viene applicato a Zorobabele; nel NT: Ap 5,5) e viene associato al tema del giusto giudizio su Israele e sui popoli.

Anche il testo che meditiamo - tratto dal profeta Geremia - conferma questa linea, ma apre anche una prospettiva nuova: il Signore realizzerà le promesse di bene fatte alla casa di Israele e di Giuda (v. 14).

Come il germoglio tenero di una pianta reca in sé la potenzialità del fiore e del frutto per l’avvenire, così Geremia indica in questo “germoglio” la salvezza e la pace del popolo.

In un germoglio sta la speranza!! E’ lo stile di Dio che non sceglie forza e potenza, ma debolezza e povertà… sceglie lo scandalo dell’umanità assunta dal Verbo per rivelare e portare a compimento il suo disegno d’amore per ogni creatura!

Potremmo allora prendere questa immagine del germoglio come paradigma del tempo di avvento: attesa e speranza, desiderio e capacità di vedere l’oltre e l’Altro 

     “Ecco, faccio una cosa nuova:

                        proprio ora germoglia, non ve ne accorgete?”

(Is 43,19).

 

Nell’Evangelo di Luca siamo subito catturati dalle immagini apocalittiche presentate nei primi versetti del brano di questa domenica.

Angoscia di popoli in ansia, paura per ciò che dovrà accadere sulla terra…non è forse la nostra condizione attuale? E di tante generazioni prima di noi?

Il linguaggio apocalittico, per noi credenti del XXI secolo, è difficile, ma per le prime generazioni cristiane esprimeva la certezza che, malgrado tutto e contro tutte le apparenze, Dio è il Signore della storia. Perciò l’obiettivo principale del linguaggio apocalittico era quello di rianimare la fede e la speranza.

Le parole di Gesù aiutavano (ed aiutano) le comunità a leggere i fatti con lenti di speranza. In questo contesto l’esortazione alla vigilanza ci richiama ad essere preparati per il momento in cui l’ora di Dio si rende presente nel nostro oggi.

Gesù dà dei consigli in modo da stare attenti:

* evitare ciò che possa turbare ed appesantire il cuore (dissipazioni, ubriachezze ed affanni della vita, v.34)

* pregare sempre, chiedendo la forza per continuare ad attendere in piedi (così l’originale greco del verbo) la venuta del Figlio dell’uomo.

Detto in altre parole il discorso chiede un duplice atteggiamento: da un lato, la vigilanza sempre attenta di colui che è sempre accorto e, dall’altro, la tranquillità serena di colui che sta in pace. Questo atteggiamento è segno di molta maturità, poiché unisce la coscienza della serietà dell’impegno e la coscienza della relatività di tutto.

 

A conclusione di queste brevi note, una preghiera dell’indimenticabile Mons. Antonio Bello († 1993) vescovo di Molfetta e profeta dei nostri tempi:

“Santa Maria, vergine dell’attesa, donaci del tuo olio perché le nostre lampade si spengono. Vedi: le riserve si sono consumate. Non ci mandare ad altri venditori. Riaccendi nelle nostre anime gli antichi fervori che ci bruciavano dentro, quando bastava un nonnulla per farci trasalire di gioia.[….]

Se oggi non sappiamo attendere più, è perché siamo a corto di speranza. Se ne sono disseccate le sorgenti. Soffriamo una profonda crisi di desiderio. E, ormai paghi dei mille surrogati che ci assediano, rischiamo di non aspettarci più nulla neppure dalle promesse ultraterrene che sono state firmate col sangue dal Dio dell’alleanza.

Santa Maria, vergine dell’attesa, donaci un’anima vigiliare. Giunti alle soglie del terzo millennio, ci sentiamo purtroppo più figli del crepuscolo che profeti dell’avvento.

Sentinella del mattino, ridestaci nel cuore la passione di giovani annunci da portare al mondo, che si sente già vecchio. Portaci, finalmente, arpa e cetra, perché con te mattiniera possiamo svegliare l’aurora.

Di fronte ai cambi che scuotono la storia, donaci di sentire sulla pelle i brividi dei cominciamenti.

Facci capire che non basta accogliere: bisogna attendere. Accogliere talvolta è segno di rassegnazione. Attendere è sempre segno di speranza. Rendici, perciò, ministri dell’attesa. E il Signore che viene, Vergine dell’avvento, ci sorprenda, anche per la tua materna complicità, con la lampada in mano.”

 

 

SECONDA DOMENICA DI AVVENTO - 10 dicembre 2006

“ La vera novità del Nuovo Testamento non sta in nuove idee,

ma nella figura stessa di Cristo,

che dà carne e sangue ai concetti - un realismo inaudito.”    (Benedetto XVI)

 

La scorsa domenica abbiamo fissato lo sguardo del cuore sulla speranza e sulla capacità profetica che ci richiede l’attesa del Signore. In questa seconda domenica di avvento la ricchezza dei testi scritturistici ci fa allargare lo sguardo “da occidente ad oriente” (Bar 5,5) fino all’evento della chiamata di Giovanni Battista, precursore del Messia. Nello spazio di questo sguardo è racchiusa la storia della salvezza di Israele e di tutte le genti.

 

La prima lettura, tratta dal profeta Baruc, è densa di lirismo. Poema scritto in terra d’esilio, a Babilonia, ha l’intento di incoraggiare, consolare e ricordare le speranze messianiche a coloro che vivono così lontani dalla propria terra.

Alla città amata Gerusalemme, viene ingiunto di deporre le vesti del lutto per essere rivestita non di seta e bisso, ma della giustizia e della gloria donata da Dio stesso.

“Sorgi”, “sta in piedi”, “guarda”, “esulta per il ricordo di Dio”: nella dinamicità di questi verbi possiamo cogliere il messaggio dell’avvento. Non c’è passività nell’attesa, ma volontaria disponibilità ad essere colmati nella nostra costituzionale e radicale mancanza: “Grandi cose ha fatto il Signore per noi ci ha colmati di gioia”(salmo responsoriale).

Gioia non effimera e superficiale che si “sgonfia” alla prima difficoltà, ma che si radica nel ricordo - non nostalgico - ma vivo ed attuale dell’irruzione della salvezza nella storia, nella MIA STORIA! Il fluire del tempo è attraversato dalla parola di Dio che trasforma la storia. Dall’ “In Principio” del Genesi, al Logos fatto carne fino agli ultimi tempi, un unico motivo giunge fino a noi: l’amore di Dio! E’ questo il motivo profondo della gioia cristiana.

 

L’ Evangelo di Luca ci presenta Giovanni Battista, la sua vocazione, in un preciso momento storico, ben definito sia a livello politico sia religioso (Lc 3,1-2). Presentazione che non è solamente storica, ma d’importanza teologica: Luca rileva l’irruzione di Dio nella storia del mondo e l’adempimento delle sue promesse.

In Giovanni il Battista, infatti, si compie l'oracolo di Isaia: "Voce di colui che grida nel deserto: preparate le vie del Signore, raddrizzate i suoi sentieri". La Parola di Dio giunge al presente della vita dei giudei (Pilato procuratore di Giudea, ed Erode tetrarca di Galilea, regioni abitate in gran parte dai giudei) e della vita dei pagani (Filippo tetrarca di Iturea e di Traconide, Lisania tetrarca di Abilene, regioni pagane).

 

“La parola di Dio scese su Giovanni, figlio di Zaccaria, nel deserto” (Lc 3,2). Letteralmente si può tradurre: la parola di Dio avvenne a (o sopra) Giovanni.

La parola di Dio scende su colui che è stato chiamato fin dal grembo materno (1,15), come un tempo su Geremia, tanto da abbandonare il deserto in cui viveva e iniziare a percorrere la regione del Giordano.

Il venire di Dio all’uomo porta con sé, inevitabilmente, un andare verso gli altri per renderli partecipi della stessa chiamata: quella della conversione.

In Giovanni vi è la sollecitudine divina a voler riconquistare l'uomo e a ricondurlo a sé, non prima di avergli mostrato la miseria spirituale e personale che comporta il peccato e la lontananza da Dio. L'uomo percorre sempre il "deserto", ossia uno stato di smarrimento, di perdizione nei quali cade, ma Dio nel deserto fa sentire la sua Voce.

La conversione è allora la più grossa opportunità per realizzare la nostra liberazione dal male e per ciò stesso è ragione di gioia e d’esultanza. Con la formazione di una nuova mentalità fondata sull’amore è possibile arricchirsi “sempre più in conoscenza e in ogni discernimento” al fine di “distinguere sempre il meglio ed essere integri e irreprensibili per il giorno di Cristo”(Fil 1,10).

Apprestiamoci allora ad accogliere il Cristo: possa Egli trovare in noi una via ben preparata, uno spazio dove fare la Sua Tenda per condividere la Sua Vita Divina!

 

Concludiamo anche queste brevi “suggestioni” con una preghiera di Mons. Antonio Bello († 1993):

Santa Maria, donna accogliente, aiutaci ad accogliere la Parola nell’intimo del cuore. A capire, cioè, come hai saputo fare tu, le irruzioni di Dio nella nostra vita. Egli non bussa alla porta per intimarci lo sfratto, ma per riempire di luce la nostra solitudine. Non entra in casa per metterci le manette, ma per restituirci il gusto della vera libertà.

Lo sappiamo: è la paura del nuovo a renderci spesso inospitali nei confronti del Signore che viene. I cambiamenti ci danno fastidio. E siccome lui scombina sempre i nostri pensieri, mette in discussione i nostri programmi e manda in crisi le nostre certezze, ogni volta che sentiamo i suoi passi, evitiamo di incontrarlo, nascondendoci dietro la siepe, come Adamo tra gli alberi dell’Eden.

Facci comprendere che Dio, se ci guasta i progetti, non ci rovina la festa; se disturba i nostri sonni, non ci toglie la pace.

E una volta che l’avremo accolto nel cuore, anche il nostro corpo brillerà della Sua Luce.

 

 

 

Tempo di Avvento - anno B

 

I domenica di Avvento - inizio del nuovo anno liturgico

 

"L'anno liturgico.

Celebrare la Pasqua nel tempo"

   Secondo un'antica tradizione liturgica, durante la celebrazione eucaristica nell'Epifania del Signore, alla proclamazione dell'Evangelo segue l'annuncio della Pasqua.

     Nella sua forma attuale il testo, dopo aver ricordato che "il centro di tutto l'anno liturgico è il Triduo del Signore crocifisso e risorto" e aver fissato in quale domenica cadrà la pasqua di risurrezione, annuncia le date degli altri "giorni santi che scaturiscono dalla Pasqua: le Ceneri, con l'inizio della Quaresima, l'Ascensione del Signore, la Pentecoste, la prima domenica di Avvento". Precisa inoltre che "in ogni domenica, Pasqua della settimana, la Chiesa rende presente l'evento nel quale Cristo ha vinto il peccato e la morte; anche "nelle feste della santa Madre di Dio, degli apostoli e dei santi e nella commemorazione dei fratelli defunti [...] proclama la Pasqua del Signore"

    L'anno liturgico viene in tal modo presentato nel suo sviluppo unitario: al sua cuore c'è la Pasqua, nella quale si ricapitola l'intera storia della salvezza e dalla quale anche il senso del tempo viene trasformato e unificato, riscattandolo dalla sua frammentarietà. Come a più riprese sant'Agostino afferma nel De civitate Dei, Gesù Cristo, con la sua incarnazione e la sua vicenda storica, spezza il cerchio del tempo, lo sottrae alla ripetitività ciclica di un destino insensato e lo trasfigura in un sacramento della salvezza operata dal padre. Di conseguenza la Chiesa può cantare con verità, nel suo annuncio epifanico e pasquale, che il tempo, con i suoi ritmi cosmici e antropologici che lo scandiscono, ora scaturisce dalla Pasqua di Cristo e in essa trova il suo significato.

L'anno non è più un succedersi circolare di giorni, per cui al primo segue il due gennaio e così via, sino a un ulteriore ed eguale inizio, ma è il prendere corpo nel tempo dell'unico mistero che ci salva, la morte e la risurrezione del Signore. L'evento pasquale, accaduto una volta per sempre, è in grado tuttavia - in questo avvenimento escatologico che compie la pienezza del tempo - di rendersi contemporaneo a ogni nostro giorno e di riempirlo di sé, come un'unica linfa innerva e dona vita ai molteplici tralci di una vite feconda.

     Il lento migrare dei giorni diventa il dilatarsi della Pasqua in tutto il tempo umano, mentre a nostra volta entriamo più intimamente nel mistero pasquale, sino a quando non si compirà definitivamente nella nostra vita e, morti in Cristo, con lui anche risorgeremo.

     (...) l'unico mistero della Pasqua si ripresenta nel corso dell'anno secondo le diverse stagioni liturgiche dell'Avvento, del Natale, della Quaresima, che si alternano al tempo ordinario. Più che riproporre simbolicamente i diversi tempi della vicenda storica di Gesù, dalla nascita alla morte, dall'esaltazione al dono dello Spirito, l'anno liturgico celebra il mistero pasquale distendendolo lungo le coordinate del tempo umano, che si rapporta alla storia secondo le scansioni della preparazione e dell'attesa, della presenza e dell'assenza, della memoria e della speranza. Così mentre l'Avvento ci orienta al compimento che attendiamo, il Natale ci rende attenti a decifrare i segni del regno già presenti nella storia; la Quaresima ci conduce a conformare la vita al Crocifisso risorto, mentre il Tempo ordinario ci educa a perseverare nella durata tra il già e il non-ancora. In ogni tempo è comunque sempre la Pasqua a rendersi presente, come sorgente di vita che trascende i limiti del tempo e vi fa irrompere l'eterno futuro di Dio.

 

Il suo nome è Oriente. Il tempo dell'Avvento

    Il libro dell'Apocalisse si conclude con l'invocazione dello Spirito e della sposa che dicono insieme "Vieni" e ascoltando la promessa del Signore: "Sì, verrò presto!" (cfr. Ap22, 17-21). Colui che era e che è rimane sempre colui che viene.

        Al cuore della nostra esperienza credente c'è un'attesa, che non è generata semplicemente da un'assenza, ma da una venuta. Il Risorto non è infatti assente dalla sua comunità, anche se i segni della sua presenza non sono immediatamente riconoscibili, ma esigono un discernimento nello Spirito. Infatti, dopo la Pasqua, "non con gli occhi della carne, ma con quelli dello Spirito si vede Gesù" (sant'Ambrogio di Milano). Tuttavia la sua presenza è sempre quella di un Veniente, che rimane altro rispetto ai nostri tentativi di catturarlo e di ricondurlo dentro i confini angusti delle nostre attese e dei nostri bisogni. Il suo venire ci converte sempre a un andare verso di lui, in un esodo da noi stessi che ci consegna alla novità e allo stupore di un incontro imprevedibile. "Chi ha ascolta ripeta: "Vieni". Chi ha sete venga" (Ap 22, 17). Non si può invocare la sua venuta senza questa disponibilità ad andare/venire verso di lui, laddove egli conduce, verso i pascoli erbosi e le acque della vita.

       Sempre l'Apocalisse ricorda, in piena sintonia con altri testi neo testamentari, che il Signore viene come un ladro (cfr. 3,3; 16,15). Questa metafora inconsueta, oltre avocare l'imprevedibile della sua venuta che ci esorta a una vigilanza perseverante, invita a lasciarci"rubare" qualcosa da colui che viene. Egli deve strapparci anzitutto a noi stessi, alla certezza dei nostri possessi, anche di fede, perché la relazione con il Signore diviene autentica soltanto se sa passare attraverso "inizi sempre nuovi, che non hanno fine" (Gregorio di Nissa).

         Il nostro Dio ha sempre un "volto albeggiante" (J.B.Metz). Il suo sguardo ha il colore e la profondità di un'aurora. E' come un sole che sorge sulla nostra vita. Vir Oriens nomen eius, canta un'antifona del Tempo di Avvento, riprendendo un'espressione del profeta Zaccaria, secondo la Vulgata (cfr. Zc 6,12). Oriente è il nome di Dio. L'Avvento è un tempo privilegiato nel quale tornare a orientare la nostra vita, nel senso originario dell'espressione che esorta a volgerci verso oriente, che è il luogo di Dio. L'uomo che perde la sua relazione con l'oriente si smarrisce; il suo diventa un progetto autonomo che dimentica la dipendenza creaturale dal suo principio vitale. Nelle prime pagine della Genesi viene ricordato il peccato di Babele (11,19), che nasce anche da questo disorientamento radicale, "Emigrarono da oriente", esordisce il racconto, e l'esito di questo capovolgimento di prospettiva è l'innalzamento di una torre, simbolo di un uomo che progetta la propria città, il proprio futuro, senza attendere e accogliere quella promessa di Dio che sorge sempre in modo nuovo sulla sua vita. All'uomo di Babele Dio risponde con la chiamata di Abramo, che è colui che si fida della promessa di Dio e, anziché progettare una città, lascia la propria terra per andare verso quella terra non ancora conosciuta che Dio promette di indicargli (cfr. Gen 12,1-4). L'uomo occidentale è oggi malato di questa pretesa di essere l'unico artefice della propria vita, e, volgendosi verso occidente, guarda soltanto a ciò che le sue mani possono inventare e produrre, fino alla manipolazione genetica della vita. L'Avvento converte lo sguardo facendoci ascoltare la promessa di colui che viene a "rendere a ciascuno secondo le sue opere" (cfr. Ap 22,12), il che significa che viene a condurre a termine ciò che le nostre mani sanno così spesso solo incominciare, nell'attesa che il Veniente dia pienezza e compimento (...).

       Facendoci ricordare la prima venuta del Signore e orientando lo sguardo verso la promessa della sua ultima e definitiva venuta, il tempo liturgico dell'Avvento ci conduce  a riconoscere i segni del suo continuo venire nella nostra storia. E' ciò che san Bernardo chiama il medius Adventus, l'Avvento di mezzo, o "tempo di visitazione". Celebrando la memoria dell'incarnazione e attendendo la venuta nel compimento, noi facciamo del tempo della nostra attesa anche l'occasione in cui scoprire con meraviglia che il nostro Dio desidera essere atteso. Non solo esige la nostra  vigilanza, ma fa  della nostra attesa l'oggetto del suo desiderio. Ogni uomo gioisce nel sapersi atteso da qualcuno. Questo è vero anche per il Signore Gesù (...) Dio cerca e desidera qualcuno che lo accolga a lo lasci dimorare nella sua vita. la sua venuta suscita la nostra vigilanza, ma d'altra parte la nostra attesa fa sì che il suo sia davvero un venire, qualificato dallo stile dell'incontro personale. Egli ci invita alla vigilanza, perché chi ama cerca qualcuno che lo attenda.

 Luca Fallica, "Grandi e mirabili sono le tue opere, o Signore Dio onnipotente. Meditazioni per vivere l'anno liturgico",

 ed. Queriniana 2002

 

II domenica di Avvento

 

"Raddrizzate i sentieri del Signore"

dalle "Omelie di Luca" di Origene, sacerdote

   Esaminiamo quanto è annunciato a proposito dell'avvento di Cristo. Dapprima sta scritto di Giovanni: "Voce di uno che grida nel deserto: Preparate la via del Signore, raddrizzate i suoi sentieri" (Lc 3,4). Quanto segue si riferisce espressamente al Signore e Salvatore. Non è infatti Giovanni che "ha riempito ogni burrone", ma il nostro Signore e Salvatore. Osservi ciascuno ciò che era prima di avere la fede: si accorgerà che era un burrone profondo, un burrone in pendio che sprofondava negli abissi. Ma quando è venuto il Signore Gesù e ha inviato quale suo vicario lo Spirito Santo, "ogni burrone è stato colmato". E' stato riempito con le buone opere e i frutti dello Spirito Santo. La carità non lascia che in te resti un burrone, perché, se possiedi la pace, la pazienza e la bontà, non soltanto cesserai di essere un burrone, ma comincerai a divenire "montagna" di Dio.

            Se invece dirai che le montagne e le colline abbattute sono le potenze nemiche, che si ergevano contro gli uomini, non sbaglierai. Infatti, perché siano colmati i burroni di cui parliamo, dovranno essere abbattuti monti e colline, le potenze nemiche.

         Ma vediamo se si compiuta la profezia seguente che concerne l'avvento di Cristo. Dice infatti: "E i passi tortuosi siano diritti". Ognuno di noi era tortuoso - se lo era soltanto allora senza essere rimasto tale - e, per la venuta di Cristo nella nostra anima, tutto ciò che era tortuoso è diventato diritto. A che ti serve infatti che Cristo sia venuto un tempo nella carne, se non è venuto anche nella tua anima? Preghiamo dunque perché ogni giorno il suo avvento si compia in noi, onde possiamo dire: "Non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me" (Gal 2,20).

         E' venuto il mio Signore Gesù e ha spianato le tue asperità, ha mutato in strade dritte tutto il tuo disordine, per formare in te una strada senza inciampi, dove Dio padre potesse venire a te per un cammino dolce e purissimo, e Cristo signore potesse fissare in te la sua dimora dicendo: "Il Padre mio e io verremo e prenderemo dimora presso di lui" (Gv 14,23).

 

III domenica di Avvento

"In mezzo a voi sta uno che voi conoscete"

dal "Trattato sulle opere dello Spirito Santo"  di Ruperto di Deutz, abate

   Il battesimo di Giovanni è il battesimo di un servo; il battesimo di Cristo è il battesimo del Signore. Il primo e per la conversione, il secondo è per il perdono dei peccati.

          Cristo fu manifestato dal battesimo di Giovanni, ma fu glorificato dal suo proprio battesimo, cioè dalla sua passione. Infatti Giovanni dice del suo battesimo: "Io non lo conoscevo, ma sono venuto a battezza con acqua, perché egli fosse fatto conoscere in Israele" (Gv 1,31). Ma Cristo, già battezzato da Giovanni dice: "C'è un battesimo che devo ricevere e come sono angosciato finché non sia compiuto!" (Lc 12,50). Il battesimo di Giovanni preparava il popolo a quello di Cristo e il battesimo di Cristo aprì al popolo il Regno di Dio. Giovanni esortava chi riceveva il suo battesimo a credere nel Maestro che sarebbe venuto dopo di lui; quelli di essi che morirono prima della passione di Cristo, alla sua morte senza dubbio furono purificati dai peccati, per quanto gravi fossero ed entrarono con lui in paradiso, con lui videro il regno di Dio. Nondimeno bisogna sapere che ai battezzati da Giovanni, che vissero dopo la glorificazione di Gesù mentre si predicava la buona novella, se "non accolsero" il Cristo, se non credettero necessario essere da lui battezzati, a nulla servì il battesimo di Giovanni. L'apostolo Paolo, che sapeva questo, "trovò alcuni discepoli e disse loro: Avete ricevuto lo Spirito Santo quando siete venuti alla fede?" e ancora: "Quale battesimo avete ricevuto?" e sottintendeva: se non avete "nemmeno sentito dire che ci sia uno Spirito Santo". Alla loro risposta: "Il battesimo di Giovanni" disse: "Giovanni ha amministrato un battesimo di penitenza, dicendo al popolo di credere in colui che sarebbe venuto dopo di lui, cioè in Gesù. Dopo avere udito questo si fecero battezzare nel nome del Signore Gesù, e non appena Paolo ebbe imposto loro le mani, scese su di loro lo Spirito Santo". (At 19,2-6).

          Quanto di gran lunga meno importante era il battesimo del servo, che non faceva neppure conoscere l'esistenza dello Spirito Santo, a paragone col battesimo del Signore, che si conferisce nel nome del Padre e del Figlio, ma non senza lo Spirito Santo e nel quale lo Spirito Santo è dato per il perdono dei peccati.

 

 

IV domenica di Avvento

 

"Tutto il mondo attende la risposta di Maria"

dalle "Omelie sulla Madonna"  di San Bernardo, abate

   Hai udito, vergine, concepirai e partorirai un figlio; hai udito che questo avverrà non per opera di uomo, ma per opera dello Spirito Santo. L'angelo aspetta la risposta: deve far ritorno a Dio che l'ha inviato. Aspettiamo, o Signore, una parola di compassione anche noi, noi oppressi miseramente da una sentenza di dannazione.

           Ecco che ti viene offerto il prezzo della nostra salvezza: se tu acconsenti, saremo subito liberati. Noi tutti fummo creati nel Verbo eterno di Dio, ma ora siamo soggetti alla morte: con la tua breve risposta possiamo essere rinnovati e richiamati in vita.

          Te ne supplica in pianto, Vergine pia, Adamo esule dal paradiso con la sua misera discendenza; te ne supplicano Abramo e Davide; te ne supplicano insistentemente i santi patriarchi che sono i tuoi antenati, i quali abitano anch'essi nella regione tenebrosa della morte. Tutto il mondo è in attesa, prostrato alle tue ginocchia: dalla tua bocca dipende la consolazione dei miseri, la redenzione dei prigionieri, la liberazione dei condannati, la salvezza di tutti i figli di Adamo, di tutto il genere umano.

          O Vergine, da' presto la risposta. Rispondi sollecitamente all'angelo, anzi, attraverso l'angelo, al Signore. Rispondi la tua parola e accogli la Parola: di' la tua parola umana e concepisci la Parola divina, emetti la parola che passa e ricevi la parola eterna.

        Perché tardi? perché temi? Credi all'opera del Signore, da' il tuo assenso ad essa, accòglila.Nella tua umiltà prendi audacia, nella tua verecondia prendi coraggio. In nessun modo devi ora, nella tua semplicità verginale, dimenticare la prudenza; ma in questa sola cosa, o Vergine prudente, non devi temere la presunzione. Perché, se nel silenzio, è gradita la modestia, ora è piuttosto necessaria la pietà nella parola. Apri, o Vergine beata, il cuore alla fede, le labbra all'assenso, il grembo al Creatore. Ecco che colui al quale è volto il desiderio di tutte le genti, batte fuori alla porta. Non sia che mentre tu sei titubante, egli passi oltre e tu debba, dolente, ricominciare a cercare colui che ami. Lèvati su, corri, apri! Lèvati con la fede, corri con la devozione, apri con il tuo assenso.

         "Eccomi"  dice, "sono la serva del Signore, avvenga di me quello che hai detto".

 

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