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Tempo di Natale
NATALE DEL SIGNORE MESSA DELLA NOTTE
Is 9,1-6 Salmo 95 Tt 2,11-14 Lc 2,1-14
La Solennità del Natale del Signore prevede quattro celebrazioni eucaristiche: la Messa vespertina nella vigilia, quella della notte, quella dell’aurora e quella del giorno. Ci soffermiamo qui sulla Liturgia della Parola della Messa della notte non solo perché quella maggiormente frequentata ma soprattutto perché l’atmosfera particolare e tradizionale che la caratterizza può a volte offuscare il grande mistero che celebra. In questa “santissima notte”, come viene definita dalla colletta, celebriamo infatti il mistero della nascita (il Natale) di Gesù, il Salvatore, di Cristo Signore (Lc 2,13): con Lui si compiono tutte le profezie e giunge quella “pienezza dei tempi” (Gal 4,4) in cui il “Verbo si fa carne”(Gv1,14), Dio prende la nostra umanità. Con il Natale del Signore si conclude e si compie anche il cammino dell’Avvento perché arriva Colui che è l’Atteso da tutte le genti. Possiamo allora avvicinarci al Vangelo della natività, in Lc 2,1-14, attraverso questa dimensione del compimento, ricordando i vari passi evangelici che ci hanno guidato in questo Avvento e scoprendo come tanti elementi trovano il loro compimento proprio in questo evento centrale della nascita di Gesù. Le quattro domeniche di Avvento sono state caratterizzate dal richiamo alla vigilanza (Mc13,33-37), dal “grido” di Giovanni il Battista a preparare la via al Signore (Mc 1,1-8), dalla sua presenza come “voce” e come testimone della luce (Gv1,6-8.19-28), dall’invito alla gioia e infine dall’annuncio dell’Angelo a Maria che si dona totalmente a Dio affinchè in Lei si compia la sua parola (Lc1,26-38). Ci avviciniamo allora al Vangelo della natività tenendo presenti queste tappe del nostro cammino. Il passo di Lc 2,1-14 può essere diviso in tre parti:
Nella prima (vv.1-3) l’Evangelista ci fornisce le coordinate storiche del racconto perché la salvezza si realizza nella storia. San Luca è molto attento alla realtà storica (cfr.Lc1,1-4) e colloca l’evento narrato al tempo dell’impero di Cesare Augusto (30 a.C.-14 d.C.) che ordinò un primo censimento quando era governatore della Siria Quirinio. Il censimento (termine che ricorre 4 volte) era l’atto che sanciva una occupazione militare, politica ed economica dove i sudditi venivano contati per riscuotere le tasse e averli disponibili in caso di guerra. Esso rappresenta un esempio del potere dell’uomo sull’uomo ed è “il primo”(v.2) di tutti quelli che la storia continua a conoscere. Gesù nasce in questo contesto storico. L’evangelista Luca, per dare valore universale all’evento, sottolinea che il censimento riguardava tutta la terra ma in realtà interessava solo l’impero di Augusto.
Nella seconda (vv 4-7) appare Giuseppe che dalla città di Nazaret, in Galilea, sale in Giudea, alla città di Davide chiamata Betlemme per farsi censire, obbedendo alle leggi della storia. Nota l’Evangelista che egli apparteneva alla dinastia davidica compiendo così la promessa fatta a Davide (2 Sam 7). Il suo cammino, la sua via, si snoda da Nazaret a Betlemme. Accanto a lui c’è Maria, ormai sposa e incinta perché si sono compiute le parole dell’Angelo (Lc 1,30-31) e ora si compiono anche i giorni del parto(v.6). Questa seconda parte si conclude con il versetto centrale di tutto il passo (v.7) e di tutta la storia: Maria dà alla luce un figlio, lo avvolge in fasce e lo depone in una mangiatoia. L’Altissimo si è fatto piccolo, l’Onnipotente bisognoso, la Parola infante, l’Immortale mortale. E’ il mistero dell’amore di Dio per l’uomo che si umilia per raggiungerlo. Le due espressioni “avvolto in fasce” e “adagiato in una mangiatoia” ci proiettano al mistero pasquale quando Gesù subirà ancora il rifiuto (“per loro non c’era posto nell’alloggio”), sarà avvolto per la sepoltura e deposto nel sepolcro. “Lo adagiò” è la parola che si usa, secondo il costume orientale, per sdraiarsi e mangiare, ma qui Gesù è posto nel luogo in cui si trova ciò che è mangiato dalle bestie, nella mangiatoia perché Lui è il pane disceso dal cielo che dona la vita all’uomo peccatore (Betlemme significa “casa del pane”). Infatti non c’è altro posto per lui nell’alloggio e questo stesso termine tornerà in Lc 22, 11 quando nell’ultima cena darà se stesso in cibo ai suoi discepoli.
Nella terza (vv.8-14) compaiono i pastori che vegliano tutta la notte e ricevono l’annuncio dell’angelo mentre una luce, segno della gloria di Dio, li avvolge. Le tenebre della notte sono rischiarate dalla luce perché “viene nel mondo la luce vera” (Gv 1, 9) e, come dice il profeta Isaia “il popolo che camminava nelle tenebre ha visto una grande luce” (Is 9,1). Questo annuncio di gioia riguarda tutto il popolo, sottolineando la valenza universale dell’evento come nel v.1, perché è nato il “Salvatore, che è Cristo Signore” cioè il Messia atteso e annunciato da tutti i profeti. L’”oggi” attualizza per noi questo evento, oggi è nato Dio, oggi è il giorno della salvezza. Ma ai pastori viene dato un segno per riconoscere il Messia: la nascita di Gesù, la sua storia concreta è il segno definitivo della salvezza che Dio offre oggi e sempre ad ogni uomo che accoglie liberamente l’annuncio. Così il compimento di ogni attesa e di ogni desiderio umano si trova in questa grotta: questo è il sapiente disegno di Dio, di fronte al quale è possibile solo tacere e adorare. L’amore di Dio si incontra con la libertà dell’uomo che ancora oggi può ripetere “non c’è posto” nella mia vita per il Figlio di Dio.
Gli ultimi due versetti di questo passo (vv.13-14) riportano il canto degli angeli ripreso anche dalla liturgia nel “Gloria” che cantiamo con tutta la Chiesa nei giorni di festa: con esso gli angeli esprimono il senso di ciò che è accaduto e dichiarano con gioia che la nascita del Bambino realizza la gloria di Dio e la pace per gli uomini. “Pace agli uomini che egli ama”: il Natale è l’annuncio radioso dell’amore di Dio per gli uomini, della Sua “buona volontà” perché l’Amore è il motivo ultimo della Incarnazione. Come ci ricorda San Paolo, con amore paterno, nella lettera a Tito “Figlio mio, è apparsa la grazia di Dio, che porta salvezza a tutti gli uomini” (Tt 2,11). Il canto degli angeli può diventare così la nostra preghiera di lode “Gloria a Dio nel più alto dei cieli” e di intercessione per ogni popolo, per ogni terra, per ogni fratello “sulla terra pace agli uomini che egli ama”.
"Riconosci, cristiano, la tua dignità" dai "Discorsi" di san Leone Magno, papa Il nostro Salvatore, carissimi, oggi è nato: rallegriamoci! Non c'è spazio per la tristezza nel giorno in cui nasce la vita, una vita che distrugge la paura della morte e dona la gioia delle promesse eterne. Nessuno è escluso da questa felicità: la causa della gioia è comune a tutti perché il nostro Signore, vincitore del peccato e della morte, non avendo trovato nessuno libero dalla colpa, è venuto per la liberazione di tutti. Esulti il santo, perché si avvicina al premio; gioisca il peccatore perché gli è offerto il perdono; riprenda coraggio il pagano, perché è chiamato alla vita. Il Figlio di Dio infatti giunta la pienezza dei tempi che l'impenetrabile disegno divino aveva disposto, volendo riconciliare con il suo Creatore la natura umana, l'assunse lui stesso; in modo che il diavolo, apportatore della morte fosse vinto da quella stessa natura che prima aveva resa schiava. Così alla nascita del Signore gli angeli cantano esultanti: "Gloria a Dio nel più alto dei cieli e pace in terra agli uomini che egli ama". Essi vedono che la celeste Gerusalemme è formata da tutti i popoli del mondo. Di questa opera ineffabile dell'amore divino, di cui tanto gioiscono gli angeli nella loro altezza, quanto non deve rallegrarsi l'umanità nella sua miseria! O carissimi, rendiamo grazie a Dio Padre per mezzo del suo Figlio nella Spirito Santo, perché nell'infinita misericordia con cui ci ha amati, ha avuto pietà di noi, e, "da morti che eravamo per i peccati, ci ha fatti rivivere con Cristo", perché fossimo in lui creatura nuova, nuova opera delle sue mani. Deponiamo dunque "l'uomo vecchio con la condotta di prima" e poiché siamo partecipi della generazione di Cristo, rinunziamo alle opere della carne. Riconosci, cristiano, la tua dignità e, reso partecipe della natura divina, non voler tornare all'abiezione di un tempo con una condotta indegna. Ricòrdati chi è il tuo Capo e di quale corpo sei membro. Ricòrdati che, strappato al potere delle tenebre, sei stato trasferito nella luce del regno di Dio. Con il sacramento del battesimo sei diventato tempio dello Spirito Santo! Non mettere in fuga un ospite così illustre con un comportamento riprovevole e non sottometri di nuovo alla schiavitù del demonio. Ricorda che il prezzo pagato per il tuo riscatto è il sangue di Cristo.
Battesimo del Signore dagli "Inni" di sant'Efrem
Venne al battesimo l'Autore stesso di ogni battesimo e si manifestò presso il Giordano. Giovanni lo vide, congiunse le mani e lo scongiurò: "Come vuoi essere battezzato da me, o Signore, tu che santifichi tutti col tuo battesimo? Spetta a te dare il vero battesimo, a cui sgorga la santità perfetta". Risponde il Signore: "Sono io che lo voglio; accostati, battezzami, perché si compia la mia volontà. Non puoi resistermi: mi faccio battezzare da te perché sono io che voglio così. Tu tremi e mentre resisti alla mia volontà, non consideri che il battesimo che ti chiedo spetta unicamente a me; compi dunque l'opra a cui sei chiamato. Le acque saranno santificate dal mio battesimo, da me riceveranno il fuoco e lo Spirito. Se ora non sarò battezzato non acquisteranno il potere di rigenerare alla vita immortale. Bisogna assolutamente che tu mi battezzi come ti ordino, senza più resistere. Io ho battezzato te nel seno di tua madre ;tu battezza me nel Giordano." E allora Giovanni: "Sono un servo del tutto incapace; tu che dai a tutti la libertà abbi pietà di me. Non sono degno di sciogliere i legacci dei tuoi calzari. Chi mi darà di levare degnamente la mia mano sul tuo santo capo? Ubbidisco, Signore, alla tua Parola: vieni al battesimo a cui il tuo amore ti spinge. Con sommo stupore l'uomo, che è polvere, vede di essere giunto al punto di imporre le mani su colui che l'ha plasmato".
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