Tempo di Quaresima

Ogni anno il cammino quaresimale inizia in un deserto - quello in cui Gesù viene tentato - per concludersi in un  giardino - là dove Maria di Magdala incontra il Signore Risorto. Lo Spirito sembra condurre Gesù nel deserto perché attraverso di lui i molti deserti della nostra vita personale e della più ampia storia del mondo tornino a fiorire nella speranza e nella gioia.

Un altro simbolo incornicia questi quaranta giorni: l'imposizione della cenere con cui si aprono e il fuoco nuovo che viene acceso nella Veglia Pasquale.

Lo Spirito Santo, il respiro di Dio, soffia sulla nostra vita per ravvivare quel fuoco che così spesso rischia di rimanere sepolto sotto la cenere delle nostre infedeltà e dei nostri peccati. Questo passaggio dal deserto al giardino, dalla cenere al fuoco, non è altro che un cammino di morte e di risurrezione nella Pasqua del Signore: si tratta di morire all'uomo vecchio per rinascere all'uomo nuovo, creato a immagine e somiglianza dell'Unigenito Figlio del Padre. Lo Spirito Santo, che è spirito di adozione, riplasma continuamente la nostra vita trasformandola in un'esistenza filiale: siamo figli di Dio! Lo fa conducendo anche noi nel deserto della prova e della tentazione. La prova non è altro che luogo di discernimento, in cui siamo chiamati a decidere di quale parola vogliamo vivere: di quella del nemico, che ci suggerisce "tieni stretta la tua vita nella tue mani", oppure di quella dello Spirito: "affidati nelle mani del Padre" e accogli da lui il bene che ti fa vivere.

Sii davvero figlio!

 

I domenica del Tempo quaresimale - Mc 1,12-15

Lo Spirito e il deserto

dai "Discorsi" di Isacco della Stella, abate

"Gesù fu condotto dallo Spirito nel deserto". Il Signore mio Gesù Cristo fa tutto o condotto o mandato o chiamato o comandato; di sua iniziativa, nulla. Mandato viene nel mondo, condotto va nel deserto, chiamato risorge da morte come sta scritto: Sorgi, mia gloria, sorgi, arpa e cetra!

   Verso la passione, però, si affretta spontaneamente e di sua volontà, come aveva predetto il profeta: "E'stato sacrificato, perché lo ha voluto". Fatto proprio in questo obbediente al Padre fino alla morte. Maestro, infatti, e modello di obbedienza, non volle né fare né subire cosa alcuna all'infuori di essa, che è l'unica via che conduce alla vita nella verità. "Fu condotto dallo Spirito nel deserto" o, come dice un altro evangelista "lo Spirito spinse nel deserto".

    "Quelli che sono guidati dallo Spirito di Dio sono figli di Dio". Egli però, essendo figlio in modo più particolare e più degno, è spinto o condotto nel deserto in modo diverso e più eccellente degli altri.

   "Pieno" dice "di Spirito Santo, si allontanò dal Giordano e fu condotto dallo Spirito nel deserto". Agli altri lo Spirito Santo viene dato in una certa misura e secondo questa misura sono guidati in tutto; ne ricevette, però, la pienezza colui nel quale si compiacque di dimorare la pienezza della Divinità. Questi perciò è portato più potentemente e più pienamente a compiere gli ordini del Padre.

    "Tornato" dice "dal Giordano, fu spinto nel deserto". Colui che discese nel mondo, dunque, viene dal Giordano; di qui poi, ritornando di nuovo, lascia questo mondo e va al Padre. Perciò che desidera ascendere venga all'umiltà, che è la sola condizione per l'ascensione. Infatti, "chiunque si umilia sarà esaltato".

   Qui troverà lo Spirito Santo, che risposa sull'umile e sul mansueto, su chi teme la parola di Dio, il quale resiste ai superbi mentre dà la grazia agli umili, affinché disprezzino il mondo e fuggano il secolo, vincano il diavolo e si allontanino dalle moltitudini, in mezzo alle quali i cattivi discorsi corrompono i costumi; cerchino il deserto e i luoghi nascosti dove attendere a Dio e dove poterlo invocare come una rondinella, e meditare su di lui come una colomba; dove, rispondendo, egli parlerà al loro cuore dicendo, secondo il profeta: "La condurrò nel deserto e parlerò al suo cuore".

    Così il nostro Signore Gesù Cristo, mite e umile di cuore dopo essere giunto a tale umiltà e mansuetudine da sottoporsi alle mani di chi gli era inferiore per essere battezzato, sull'istante meritò di essere preferito come attesta la voce paterna: "Questo è il Figlio mio prediletto nel quale mi sono compiaciuto" per la sua umiltà e obbedienza; è per questo che giustamente lo innalzo e lo preferisco agli altri; perciò fin d'ora ascoltatelo. E sull'umile e mansueto discese come in un tempio proprio e intimo, lo Spirito Santo, dal quale fu condotto nel deserto.

 

II domenica del Tempo quaresimale - Mc 9, 2-9

Parlavano della gloria che lo stesso Gesù avrebbe portato a compimento in Gerusalemme

dai "Discorsi" di san Cirillo di Alessandria, vescovo

Gesù salì sul monte con i tre discepoli prescelti; poi si trasfigurò in uno splendore così straordinario e divino, che le sue vesti furono viste risplendere come la luce. Allora Mosè ed Elia, gli furono accanto, intrattenendosi con lui della dipartita che Gesù avrebbe portato a compimento a Gerusalemme, cioè del mistero di quella salvezza che sarebbe avvenuta mediante il suo corpo, di quella passione, dico, che si sarebbe compiuta sulla croce. E' vero infatti che la legge di Mosè e le parole dei santi profeti preannunziarono il mistero di Cristo: le tavole della legge lo descrivevano come in immagine e velato; i profeti invece lo predicarono in molto luoghi e in vari modi, dicendo che a tempo opportuno sarebbe apparso in forma umana e avrebbe accettato di morire in croce per la salvezza e la vita di tutti.

   Il fatto poi che vi fossero Mosè ed Elia e che parlassero insieme, voleva indicare che la legge e i profeti sono come i satelliti del signore nostro Gesù Cristo, il quale da essi veniva indicato come Dio, attraverso quelle cose che avevano preannunziato e che concordavano fra loro. Infatti non è contrario alla legge quel che dicono i profeti: e di questo, penso, parlavano Mosè e il più grande dei profeti, Elia.

    Apparsi, non tacevano, ma parlavano della gloria che lo stesso Gesù avrebbe portato a compimento in Gerusalemme; cioè della sua passione e della croce, nelle quali intravedevano anche la risurrezione. San Pietro poi, credendo fosse già venuto il tempo del regno di Dio, gode di trovarsi sul monte e perciò, senza sapere che cosa dice, vuole costruire tre tende. Ma non era ancora giunta la fine del mondo, né i futuri santi possono nel tempo presente possedere le cose sperate e promesse. San Paolo infatti dice: "Cristo trasfigurerà il nostro misero corpo per conformarlo al suo corpo glorioso".

   Ma essendo allora il suo compito all'inizio e non ancora portato a termine, come poteva il Cristo, venuto nel mondo per amore, non volere più soffrire per esso? Conservò infatti la stessa natura umana, con cui avrebbe subito la morte nella sua carne e l'avrebbe distrutta con la sua risurrezione. Del resto, oltre alla mirabile e arcana visione della gloria di Cristo, vi è anche un altro fatto utile e necessario a confermare la fede non solo dei discepoli, ma anche la nostra. Si udì infatti la voce di Dio Padre che diceva dall'alto: "Questi è il Figlio mio prediletto, nel quale mi sono compiaciuto, ascoltatelo".

 

III domenica del Tempo quaresimale - Gv 2,13-25

Noi siamo le pietre vive con cui si edifica il tempio di Dio

dal "Commento sui salmi" di sant'Agostino, vescovo

Spesse volte vi abbiamo avvertiti che non si devono considerare i salmi come la voce di un solo uomo che canta, ma di tutti quelli che sono nel corpo di Cristo. E poi ché nel suo corpo sono compresi tutti, egli parla come un sol uomo. Infatti Cristo è uno in molti: molti per sé stessi, sono una cosa sola in lui che è uno. Egli è anche il tempio di Dio, di cui dice l'Apostolo: "Santo è il tempio che siete voi". Tutti quelli che credono in Cristo, credono per amare. credere in Cristo significa infatti amarlo; non come i demoni, che credevano, ma non amavano; e perciò, benché credessero, dicevano: "Che cosa abbiamo noi in comune con te, Figlio di Dio?"

Noi invece crediamo in maniera tale, da credere in lui amandolo; e non diciamo: "Che cosa abbiamo in comune con te, Figlio di Dio"?, ma piuttosto: "Ti apparteniamo, tu ci hai redenti".

Tutti quelli che credono così, sono come pietre vive, con le quali è edificato il tempio di Dio; sono come quel legno immarcescibile con cui fu costruita l'arca che non poté essere sommersa dal diluvio. Sono gli uomini il vero tempio di Dio, dove egli viene pregato e ci esaudisce. Solo che prega nel tempio di Dio è esaudito per la vita eterna; e prega nel tempio di Dio chi prega nella pace della Chiesa, nell'unità del Corpo di Cristo: questo corpo costituito da molti credenti sparsi in tutto il mondo. E' dunque esaudito chi prega nel tempio. Infatti, prega in spirito e verità chi prega in armonia con la Chiesa, non in quel tempio che era soltanto figura.

Il Signore scacciò dal tempio tutti quelli che cercavano il proprio interesse, cioè che vi andavano per vendere e comprare. Se quel tempio era solo figura, è evidente che anche nel Corpo di Cristo, vero tempio da quello simboleggiato, si trova frammista gente che vende e compra, ossia che cerca il proprio interesse, non quello di Gesù Cristo.

E poiché gli uomini sono travolti dai loro peccati, il Signore fece un flagello di corde e scacciò dal tempio coloro che facevano i propri affari e non si interessavano di Gesù Cristo. Di questo tempio si parla nel salmo. In questo tempio, ho detto, non in quello materiale, si prega Dio ed egli esaudisce in spirito e verità. In quello era adombrato ciò che doveva accadere: quel tempio, infatti, è già caduto. E' forse stata distrutta anche la casa della nostra orazione? Non sia mai! Quello che ora non è più non si poté chiamare casa di orazione, come era stato detto "La mia casa sarà chiamata casa di preghiera per tutte le genti". Avete udito infatti ciò che disse il Signore Gesù Cristo: "Sta scritto: La mia casa sarà chiamata casa di preghiera per tutte le genti; voi invece ne avete fatto una spelonca di ladri". Quelli che vollero trasformare la casa di Dio in una spelonca di ladri non furono forse causa della rovina del tempio? Così, quelli che vivono malamente nella Chiesa cattolica, per quanto sta il loro, vogliono fare della casa di Dio una spelonca di ladri; ma non per questo distruggono il tempio. Verrà giorno in cui dal flagello dei loro peccati saranno estromessi. Invece questo tempio di Dio che è il Corpo di Cristo, questa comunità di fedeli, ha una sola voce e canta nel salmo come un sol uomo. Abbiamo già udito la sua voce nei salmi: ascoltiamola anche ora. Se vogliamo, questa è voce nostra; se vogliamo, con l'orecchio ascoltiamo chi canta e noi cantiamo col cuore. se invece non vogliamo saremo come i mercanti in quel tempio, cioè gente che cerca il proprio interesse: in questo modo entriamo, sì, nella Chiesa, ma non per fare ciò che è gradito a Dio.

 

IV domenica del Tempo quaresimale - Gv 3,14-21

Dio non ha risparmiato il proprio figlio, ma lo ha dato per tutti noi

dal trattato "Sulla Provvidenza di Dio"

di san Giovanni Crisostomo, vescovo

Noi che onoriamo il Signore per tanti motivi, non dobbiamo soprattutto celebrarlo, glorificarlo e ammirarlo per aver sofferto il martirio della croce e subito una morte così esecrabile? Forse che Paolo non ci propone e ripropone continuamente come prova della sua carità verso di noi il fatto che sia morto? E in che modo è morto per gli uomini? Tralasciando ciò che Cristo ha fatto in nostro favore e per nostro conforto, ritorna sempre alla croce: "Dio dimostra il suo amore verso di noi, perché mentre eravamo peccatori, Cristo è morto per noi". Ma poi ci solleva a una grande speranza: "Se infatti quando eravamo nemici, siamo stati riconciliati con Dio per mezzo della morte del Figlio suo, molto più ora che siamo riconciliati, saremo salvati mediante la sua vita". Egli stesso si gloria soprattutto di questo e si compiace: "Quanto a me non ci sia latro vanto che nella croce del Signore nostro Gesù Cristo".

Perché meravigliarsi se Paolo esulta, erompe nella gioia e si vanta di ciò, quando anche colui che patì, considera gloria la croce? "Padre, disse, è giunta la mia ora, glorifica il Figlio tuo". E il discepolo che scrisse queste cosa diceva: "Non c'era ancora lo Spirito, perché Gesù non era ancora stato glorificato", volendo significare con tali parole la gloria della croce.

E quando volle mettere in evidenza la carità di Cristo, che cosa disse? Forse che accennò a qualche miracolo o prodigio? Niente affatto, non mette avanti la croce, dicendo: "Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito perchè chiunque crede in lui abbia la vita eterna".

E Paolo: "Egli che non ha risparmiato il proprio Figlio, ma lo ha dato per tutti noi, come non ci donerà ogni cosa insieme con lui?" E per incitare all'umiltà, esorta con queste parole: "Abbiate in voi gli stessi sentimenti che furono in Cristo Gesù, il quale, pur essendo di natura divina, non considerò un tesoro geloso la sua uguaglianza a Dio; ma spogliò se stesso, assumendo la condizione di servo e divenendo simile agli uomini; apparso in forma umana, umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte e alla morte di croce". E quando dà consigli riguardo alla carità, scrive ancora:"Camminate nella carità, nel modo che anche Cristo vi ha amato e ha dato se stesso per noi, offrendosi a Dio in sacrificio di soave odore".

Per indicare inoltre con quanto zelo lo steso Signore desiderasse la croce e da quale ardore fosse animato, ascolta in che modo apostrofa il capo e principe degli Apostoli, il fondamento della Chiesa, quando per ignoranza aveva protestato dicendo: "Dio te ne scampi, Signore; questo non ti accadrà mai"; gli risponde: "Lungi da me, satana! Tu mi sei di scandalo". Con l'aspro e duro rimprovero volle significare con quanto ardore andasse egli incontro alla croce.

Perchè dunque meravigliarsi che in questa vita la croce sia tanto celebre, dal momento che Cristo la chiama gloria e Paolo in essa si gloria? 

 

V domenica del Tempo quaresimale - Gv 12,20-33

Amore e croce

dal "Commento sul Vangelo di Giovanni"

di sant' Agostino, vescovo

Il Signore ci esorta poi a seguire gli esempi che egli ci offre della sua passione: "Chi ama la propria anima, la perderà" (Gv 12,25).
Queste parole si possono intendere in due modi: «Chi ama, perderà», cioè: se ami, non esitare a perdere, se desideri avere la vita in Cristo, non temere la morte per Cristo. E nel secondo modo: «Chi ama l'anima sua, la perderà», cioè: non amare in questa vita, se non vuoi perderti nella vita eterna. Questa seconda interpretazione ci sembra più conforme al senso del brano evangelico che leggiamo. Il seguito infatti dice: "E chi odia la propria anima in questo mondo, la serberà per la vita eterna" . Quindi, la frase di prima: «Chi ama», sottintende: in questo mondo; cosi come poi dice: «Chi invece odia in questo mondo», la conserverà per la vita eterna.

Grande e mirabile verità, nell'uomo c'è un amore per la sua anima che la perde e un odio che la salva. Se hai amato smodatamente, hai odiato; se hai odiato gli eccessi, allora hai amato. Felici coloro che hanno odiato la loro anima salvandola, e non l'hanno perduta per averla amata troppo. Ma guardati bene dal farti venire l'idea di ucciderti da te stesso, avendo inteso che devi odiare in questo mondo la tua anima. Così intendono certi uomini perversi e male ispirati, crudeli e scellerati omicidi di sé stessi, che cercano la morte gettandosi nel fuoco, annegandosi in mare o precipitandosi da una vetta. Non è questo che insegna Cristo. Quando il diavolo gli suggerì di gettarsi nel precipizio, egli rispose: "Torna indietro, Satana; sta scritto: Non tenterai il Signore Dio tuo" (Mt 4,7). E nello stesso senso disse a Pietro, per fargli intendere con quale morte egli avrebbe glorificato Dio: "Quando eri più giovane, ti cingevi da te stesso e andavi dove volevi; ma quando sarai vecchio, un altro ti cingerà e di condurrà dove tu non vuoi" (Gv 21,18-19). Parole queste che chiaramente ci indicano che non da sé ma da altri, deve essere ucciso colui che segue Cristo.

Quando dunque un uomo si trova nell'alternativa, e deve scegliere tra infrangere un comandamento divino, oppure abbandonare questa vita perchè il persecutore gli minaccia la morte, ebbene egli scelga la morte per amore di Dio, piuttosto che la vita offendendo Dio; così avrà giustamente odiato la sua anima in questo mondo per salvarla per la vita eterna.

 

Domenica delle Palme

Ad imitazione di Cristo,

immoliamo noi stessi a Dio in sacrificio di lode

dall' "Oratio XLV" di Gregorio di Nazianzo

Saremo partecipi della Pasqua, ora ancora in figura, sia pure più chiaramente che nell'antica legge (la Pasqua legale: oso dire una figura di un'altra figura, giuoco d'ombre); ma un giorno, quando il Verbo berrà con noi il calice nuovo nel regno del Padre, parteciperemo più perfettamente e con vista più chiara, perché allora il Verbo mostrerà ciò che ora ci ha fatto vedere meno pienamente. Quale sia quella bevanda e visione noi possiamo farne parola, ma lui deve dar la dottrina e insegnarla ai discepoli. La dottrina, infatti, è cibo di quello stesso che ci alimenta. Suvvia, facciamoci partecipi della legge, ma in senso evangelico, non letterale, in un senso perfetto ed eterno. Prendiamo per capitale non la terrena Gerusalemme, ma la città celeste; non quella, dico, che è percorsa da eserciti, ma quella che è lodata dagli angeli. Sacrifichiamo non vitelli né agnelli che mostrano corna e unghie, cose ormai senza senso; ma immoliamo a Dio, insieme ai cori celesti un sacrificio di lode. Attraversiamo il primo velo, accostiamoci al secondo, guardiamo nel "Sancta sanctorum" e, dirò di più, immoliamo noi stessi a Dio; immoliamoci ogni giorno, immoliamo tutti i nostri movimenti. Accettiamo tutto per amore del Verbo, imitiamo attraverso le nostre passioni la Passione col nostro sangue onoriamo il Sangue, saliamo con decisione la croce. I chiodi son dolci, anche se molto acerbi. E' meglio soffrir con Cristo, che accompagnarsi agli altri nel piacere.
Se sei Simone Cireneo, prendi la croce e segui il Maestro. Se, come il ladro, sei appeso alla croce, da uomo onesto, riconosci Dio: se lui per te e per i tuoi peccati è stato aggregato agli empi, tu, per lui, fatti giusto. Adora colui che è stato per tua colpa sospeso a un legno; e, se tu stai appeso, ricava un vantaggio dalla tua malvagità, compra la salvezza con la morte, entra in Paradiso con Gesù, per capire da quale altezza eri caduto. Contempla quelle bellezze; lascia che il mormoratore muoia fuori con la sua bestemmia. Se sei Giuseppe d'Arimatea, chiedi il corpo a chi lo crocifisse, fai tuo il corpo che ha espiato i peccati del mondo. Se sei Nicodemo, quel notturno ammiratore di Dio, ungilo con funebri unguenti. Se sei una Maria, o altra Maria, o Salome, o Giovanna versa lagrime alla prima luce. Fa' in modo da poter vedere la tomba scoperchiata, o forse gli angeli, o perfino lo stesso Gesù. Di' qualche cosa, sta`'a sentire. Se dirà: - "Non mi toccare" tieniti lontana. Adora il Verbo, ma non piangere. Egli sa da chi dev'essere visto per primo. Celebra le primizie della risurrezione; va' incontro ad Eva, che cadde per prima e per prima vide Cristo e avvertì i discepoli. Imita Pietro o Giovanni, corri al sepolcro, insieme e a gara, in onesta emulazione. Se sarai primo, vinci in amore, non piegarti, guardando da fuori; entra. Se, come Tommaso sarai lontano dal gruppo dei discepoli che videro il Risorto, dopo che l'avrai visto anche tu, non rifiutar la tua fede.
 

 

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