Tempo di Quaresima

Ogni anno il cammino quaresimale inizia in un deserto - quello in cui Gesù viene tentato - per concludersi in un  giardino - là dove Maria di Magdala incontra il Signore Risorto. Lo Spirito sembra condurre Gesù nel deserto perché attraverso di lui i molti deserti della nostra vita personale e della più ampia storia del mondo tornino a fiorire nella speranza e nella gioia.

Un altro simbolo incornicia questi quaranta giorni: l'imposizione della cenere con cui si aprono e il fuoco nuovo che viene acceso nella Veglia Pasquale.

Lo Spirito Santo, il respiro di Dio, soffia sulla nostra vita per ravvivare quel fuoco che così spesso rischia di rimanere sepolto sotto la cenere delle nostre infedeltà e dei nostri peccati. Questo passaggio dal deserto al giardino, dalla cenere al fuoco, non è altro che un cammino di morte e di risurrezione nella Pasqua del Signore: si tratta di morire all'uomo vecchio per rinascere all'uomo nuovo, creato a immagine e somiglianza dell'Unigenito Figlio del Padre. Lo Spirito Santo, che è spirito di adozione, riplasma continuamente la nostra vita trasformandola in un'esistenza filiale: siamo figli di Dio! Lo fa conducendo anche noi nel deserto della prova e della tentazione. La prova non è altro che luogo di discernimento, in cui siamo chiamati a decidere di quale parola vogliamo vivere: di quella del nemico, che ci suggerisce "tieni stretta la tua vita nella tue mani", oppure di quella dello Spirito: "affidati nelle mani del Padre" e accogli da lui il bene che ti fa vivere.

Sii davvero figlio!

 

I domenica del Tempo quaresimale - Mc 1,12-15

Lo Spirito e il deserto

dai "Discorsi" di Isacco della Stella, abate

"Gesù fu condotto dallo Spirito nel deserto". Il Signore mio Gesù Cristo fa tutto o condotto o mandato o chiamato o comandato; di sua iniziativa, nulla. Mandato viene nel mondo, condotto va nel deserto, chiamato risorge da morte come sta scritto: Sorgi, mia gloria, sorgi, arpa e cetra!

   Verso la passione, però, si affretta spontaneamente e di sua volontà, come aveva predetto il profeta: "E'stato sacrificato, perché lo ha voluto". Fatto proprio in questo obbediente al Padre fino alla morte. Maestro, infatti, e modello di obbedienza, non volle né fare né subire cosa alcuna all'infuori di essa, che è l'unica via che conduce alla vita nella verità. "Fu condotto dallo Spirito nel deserto" o, come dice un altro evangelista "lo Spirito spinse nel deserto".

    "Quelli che sono guidati dallo Spirito di Dio sono figli di Dio". Egli però, essendo figlio in modo più particolare e più degno, è spinto o condotto nel deserto in modo diverso e più eccellente degli altri.

   "Pieno" dice "di Spirito Santo, si allontanò dal Giordano e fu condotto dallo Spirito nel deserto". Agli altri lo Spirito Santo viene dato in una certa misura e secondo questa misura sono guidati in tutto; ne ricevette, però, la pienezza colui nel quale si compiacque di dimorare la pienezza della Divinità. Questi perciò è portato più potentemente e più pienamente a compiere gli ordini del Padre.

    "Tornato" dice "dal Giordano, fu spinto nel deserto". Colui che discese nel mondo, dunque, viene dal Giordano; di qui poi, ritornando di nuovo, lascia questo mondo e va al Padre. Perciò che desidera ascendere venga all'umiltà, che è la sola condizione per l'ascensione. Infatti, "chiunque si umilia sarà esaltato".

   Qui troverà lo Spirito Santo, che risposa sull'umile e sul mansueto, su chi teme la parola di Dio, il quale resiste ai superbi mentre dà la grazia agli umili, affinché disprezzino il mondo e fuggano il secolo, vincano il diavolo e si allontanino dalle moltitudini, in mezzo alle quali i cattivi discorsi corrompono i costumi; cerchino il deserto e i luoghi nascosti dove attendere a Dio e dove poterlo invocare come una rondinella, e meditare su di lui come una colomba; dove, rispondendo, egli parlerà al loro cuore dicendo, secondo il profeta: "La condurrò nel deserto e parlerò al suo cuore".

    Così il nostro Signore Gesù Cristo, mite e umile di cuore dopo essere giunto a tale umiltà e mansuetudine da sottoporsi alle mani di chi gli era inferiore per essere battezzato, sull'istante meritò di essere preferito come attesta la voce paterna: "Questo è il Figlio mio prediletto nel quale mi sono compiaciuto" per la sua umiltà e obbedienza; è per questo che giustamente lo innalzo e lo preferisco agli altri; perciò fin d'ora ascoltatelo. E sull'umile e mansueto discese come in un tempio proprio e intimo, lo Spirito Santo, dal quale fu condotto nel deserto.

 

II domenica del Tempo quaresimale - Mc 9, 2-9

Parlavano della gloria che lo stesso Gesù avrebbe portato a compimento in Gerusalemme

dai "Discorsi" di san Cirillo di Alessandria, vescovo

Gesù salì sul monte con i tre discepoli prescelti; poi si trasfigurò in uno splendore così straordinario e divino, che le sue vesti furono viste risplendere come la luce. Allora Mosè ed Elia, gli furono accanto, intrattenendosi con lui della dipartita che Gesù avrebbe portato a compimento a Gerusalemme, cioè del mistero di quella salvezza che sarebbe avvenuta mediante il suo corpo, di quella passione, dico, che si sarebbe compiuta sulla croce. E' vero infatti che la legge di Mosè e le parole dei santi profeti preannunziarono il mistero di Cristo: le tavole della legge lo descrivevano come in immagine e velato; i profeti invece lo predicarono in molto luoghi e in vari modi, dicendo che a tempo opportuno sarebbe apparso in forma umana e avrebbe accettato di morire in croce per la salvezza e la vita di tutti.

   Il fatto poi che vi fossero Mosè ed Elia e che parlassero insieme, voleva indicare che la legge e i profeti sono come i satelliti del signore nostro Gesù Cristo, il quale da essi veniva indicato come Dio, attraverso quelle cose che avevano preannunziato e che concordavano fra loro. Infatti non è contrario alla legge quel che dicono i profeti: e di questo, penso, parlavano Mosè e il più grande dei profeti, Elia.

    Apparsi, non tacevano, ma parlavano della gloria che lo stesso Gesù avrebbe portato a compimento in Gerusalemme; cioè della sua passione e della croce, nelle quali intravedevano anche la risurrezione. San Pietro poi, credendo fosse già venuto il tempo del regno di Dio, gode di trovarsi sul monte e perciò, senza sapere che cosa dice, vuole costruire tre tende. Ma non era ancora giunta la fine del mondo, né i futuri santi possono nel tempo presente possedere le cose sperate e promesse. San Paolo infatti dice: "Cristo trasfigurerà il nostro misero corpo per conformarlo al suo corpo glorioso".

   Ma essendo allora il suo compito all'inizio e non ancora portato a termine, come poteva il Cristo, venuto nel mondo per amore, non volere più soffrire per esso? Conservò infatti la stessa natura umana, con cui avrebbe subito la morte nella sua carne e l'avrebbe distrutta con la sua risurrezione. Del resto, oltre alla mirabile e arcana visione della gloria di Cristo, vi è anche un altro fatto utile e necessario a confermare la fede non solo dei discepoli, ma anche la nostra. Si udì infatti la voce di Dio Padre che diceva dall'alto: "Questi è il Figlio mio prediletto, nel quale mi sono compiaciuto, ascoltatelo".

 

III domenica del Tempo quaresimale - Gv 2,13-25

Noi siamo le pietre vive con cui si edifica il tempio di Dio

dal "Commento sui salmi" di sant'Agostino, vescovo

Spesse volte vi abbiamo avvertiti che non si devono considerare i salmi come la voce di un solo uomo che canta, ma di tutti quelli che sono nel corpo di Cristo. E poi ché nel suo corpo sono compresi tutti, egli parla come un sol uomo. Infatti Cristo è uno in molti: molti per sé stessi, sono una cosa sola in lui che è uno. Egli è anche il tempio di Dio, di cui dice l'Apostolo: "Santo è il tempio che siete voi". Tutti quelli che credono in Cristo, credono per amare. credere in Cristo significa infatti amarlo; non come i demoni, che credevano, ma non amavano; e perciò, benché credessero, dicevano: "Che cosa abbiamo noi in comune con te, Figlio di Dio?"

Noi invece crediamo in maniera tale, da credere in lui amandolo; e non diciamo: "Che cosa abbiamo in comune con te, Figlio di Dio"?, ma piuttosto: "Ti apparteniamo, tu ci hai redenti".

Tutti quelli che credono così, sono come pietre vive, con le quali è edificato il tempio di Dio; sono come quel legno immarcescibile con cui fu costruita l'arca che non poté essere sommersa dal diluvio. Sono gli uomini il vero tempio di Dio, dove egli viene pregato e ci esaudisce. Solo che prega nel tempio di Dio è esaudito per la vita eterna; e prega nel tempio di Dio chi prega nella pace della Chiesa, nell'unità del Corpo di Cristo: questo corpo costituito da molti credenti sparsi in tutto il mondo. E' dunque esaudito chi prega nel tempio. Infatti, prega in spirito e verità chi prega in armonia con la Chiesa, non in quel tempio che era soltanto figura.

Il Signore scacciò dal tempio tutti quelli che cercavano il proprio interesse, cioè che vi andavano per vendere e comprare. Se quel tempio era solo figura, è evidente che anche nel Corpo di Cristo, vero tempio da quello simboleggiato, si trova frammista gente che vende e compra, ossia che cerca il proprio interesse, non quello di Gesù Cristo.

E poiché gli uomini sono travolti dai loro peccati, il Signore fece un flagello di corde e scacciò dal tempio coloro che facevano i propri affari e non si interessavano di Gesù Cristo. Di questo tempio si parla nel salmo. In questo tempio, ho detto, non in quello materiale, si prega Dio ed egli esaudisce in spirito e verità. In quello era adombrato ciò che doveva accadere: quel tempio, infatti, è già caduto. E' forse stata distrutta anche la casa della nostra orazione? Non sia mai! Quello che ora non è più non si poté chiamare casa di orazione, come era stato detto "La mia casa sarà chiamata casa di preghiera per tutte le genti". Avete udito infatti ciò che disse il Signore Gesù Cristo: "Sta scritto: La mia casa sarà chiamata casa di preghiera per tutte le genti; voi invece ne avete fatto una spelonca di ladri". Quelli che vollero trasformare la casa di Dio in una spelonca di ladri non furono forse causa della rovina del tempio? Così, quelli che vivono malamente nella Chiesa cattolica, per quanto sta il loro, vogliono fare della casa di Dio una spelonca di ladri; ma non per questo distruggono il tempio. Verrà giorno in cui dal flagello dei loro peccati saranno estromessi. Invece questo tempio di Dio che è il Corpo di Cristo, questa comunità di fedeli, ha una sola voce e canta nel salmo come un sol uomo. Abbiamo già udito la sua voce nei salmi: ascoltiamola anche ora. Se vogliamo, questa è voce nostra; se vogliamo, con l'orecchio ascoltiamo chi canta e noi cantiamo col cuore. se invece non vogliamo saremo come i mercanti in quel tempio, cioè gente che cerca il proprio interesse: in questo modo entriamo, sì, nella Chiesa, ma non per fare ciò che è gradito a Dio.

 

IV domenica del Tempo quaresimale - Gv 3,14-21

Dio non ha risparmiato il proprio figlio, ma lo ha dato per tutti noi

dal trattato "Sulla Provvidenza di Dio"

di san Giovanni Crisostomo, vescovo

Noi che onoriamo il Signore per tanti motivi, non dobbiamo soprattutto celebrarlo, glorificarlo e ammirarlo per aver sofferto il martirio della croce e subito una morte così esecrabile? Forse che Paolo non ci propone e ripropone continuamente come prova della sua carità verso di noi il fatto che sia morto? E in che modo è morto per gli uomini? Tralasciando ciò che Cristo ha fatto in nostro favore e per nostro conforto, ritorna sempre alla croce: "Dio dimostra il suo amore verso di noi, perché mentre eravamo peccatori, Cristo è morto per noi". Ma poi ci solleva a una grande speranza: "Se infatti quando eravamo nemici, siamo stati riconciliati con Dio per mezzo della morte del Figlio suo, molto più ora che siamo riconciliati, saremo salvati mediante la sua vita". Egli stesso si gloria soprattutto di questo e si compiace: "Quanto a me non ci sia latro vanto che nella croce del Signore nostro Gesù Cristo".

Perché meravigliarsi se Paolo esulta, erompe nella gioia e si vanta di ciò, quando anche colui che patì, considera gloria la croce? "Padre, disse, è giunta la mia ora, glorifica il Figlio tuo". E il discepolo che scrisse queste cosa diceva: "Non c'era ancora lo Spirito, perché Gesù non era ancora stato glorificato", volendo significare con tali parole la gloria della croce.

E quando volle mettere in evidenza la carità di Cristo, che cosa disse? Forse che accennò a qualche miracolo o prodigio? Niente affatto, non mette avanti la croce, dicendo: "Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito perchè chiunque crede in lui abbia la vita eterna".

E Paolo: "Egli che non ha risparmiato il proprio Figlio, ma lo ha dato per tutti noi, come non ci donerà ogni cosa insieme con lui?" E per incitare all'umiltà, esorta con queste parole: "Abbiate in voi gli stessi sentimenti che furono in Cristo Gesù, il quale, pur essendo di natura divina, non considerò un tesoro geloso la sua uguaglianza a Dio; ma spogliò se stesso, assumendo la condizione di servo e divenendo simile agli uomini; apparso in forma umana, umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte e alla morte di croce". E quando dà consigli riguardo alla carità, scrive ancora:"Camminate nella carità, nel modo che anche Cristo vi ha amato e ha dato se stesso per noi, offrendosi a Dio in sacrificio di soave odore".

Per indicare inoltre con quanto zelo lo steso Signore desiderasse la croce e da quale ardore fosse animato, ascolta in che modo apostrofa il capo e principe degli Apostoli, il fondamento della Chiesa, quando per ignoranza aveva protestato dicendo: "Dio te ne scampi, Signore; questo non ti accadrà mai"; gli risponde: "Lungi da me, satana! Tu mi sei di scandalo". Con l'aspro e duro rimprovero volle significare con quanto ardore andasse egli incontro alla croce.

Perchè dunque meravigliarsi che in questa vita la croce sia tanto celebre, dal momento che Cristo la chiama gloria e Paolo in essa si gloria? 

 

V domenica del Tempo quaresimale - Gv 12,20-33

Amore e croce

dal "Commento sul Vangelo di Giovanni"

di sant' Agostino, vescovo

Il Signore ci esorta poi a seguire gli esempi che egli ci offre della sua passione: "Chi ama la propria anima, la perderà" (Gv 12,25).
Queste parole si possono intendere in due modi: «Chi ama, perderà», cioè: se ami, non esitare a perdere, se desideri avere la vita in Cristo, non temere la morte per Cristo. E nel secondo modo: «Chi ama l'anima sua, la perderà», cioè: non amare in questa vita, se non vuoi perderti nella vita eterna. Questa seconda interpretazione ci sembra più conforme al senso del brano evangelico che leggiamo. Il seguito infatti dice: "E chi odia la propria anima in questo mondo, la serberà per la vita eterna" . Quindi, la frase di prima: «Chi ama», sottintende: in questo mondo; cosi come poi dice: «Chi invece odia in questo mondo», la conserverà per la vita eterna.

Grande e mirabile verità, nell'uomo c'è un amore per la sua anima che la perde e un odio che la salva. Se hai amato smodatamente, hai odiato; se hai odiato gli eccessi, allora hai amato. Felici coloro che hanno odiato la loro anima salvandola, e non l'hanno perduta per averla amata troppo. Ma guardati bene dal farti venire l'idea di ucciderti da te stesso, avendo inteso che devi odiare in questo mondo la tua anima. Così intendono certi uomini perversi e male ispirati, crudeli e scellerati omicidi di sé stessi, che cercano la morte gettandosi nel fuoco, annegandosi in mare o precipitandosi da una vetta. Non è questo che insegna Cristo. Quando il diavolo gli suggerì di gettarsi nel precipizio, egli rispose: "Torna indietro, Satana; sta scritto: Non tenterai il Signore Dio tuo" (Mt 4,7). E nello stesso senso disse a Pietro, per fargli intendere con quale morte egli avrebbe glorificato Dio: "Quando eri più giovane, ti cingevi da te stesso e andavi dove volevi; ma quando sarai vecchio, un altro ti cingerà e di condurrà dove tu non vuoi" (Gv 21,18-19). Parole queste che chiaramente ci indicano che non da sé ma da altri, deve essere ucciso colui che segue Cristo.

Quando dunque un uomo si trova nell'alternativa, e deve scegliere tra infrangere un comandamento divino, oppure abbandonare questa vita perchè il persecutore gli minaccia la morte, ebbene egli scelga la morte per amore di Dio, piuttosto che la vita offendendo Dio; così avrà giustamente odiato la sua anima in questo mondo per salvarla per la vita eterna.

 

Domenica delle Palme

Ad imitazione di Cristo,

immoliamo noi stessi a Dio in sacrificio di lode

dall' "Oratio XLV" di Gregorio di Nazianzo

Saremo partecipi della Pasqua, ora ancora in figura, sia pure più chiaramente che nell'antica legge (la Pasqua legale: oso dire una figura di un'altra figura, giuoco d'ombre); ma un giorno, quando il Verbo berrà con noi il calice nuovo nel regno del Padre, parteciperemo più perfettamente e con vista più chiara, perché allora il Verbo mostrerà ciò che ora ci ha fatto vedere meno pienamente. Quale sia quella bevanda e visione noi possiamo farne parola, ma lui deve dar la dottrina e insegnarla ai discepoli. La dottrina, infatti, è cibo di quello stesso che ci alimenta. Suvvia, facciamoci partecipi della legge, ma in senso evangelico, non letterale, in un senso perfetto ed eterno. Prendiamo per capitale non la terrena Gerusalemme, ma la città celeste; non quella, dico, che è percorsa da eserciti, ma quella che è lodata dagli angeli. Sacrifichiamo non vitelli né agnelli che mostrano corna e unghie, cose ormai senza senso; ma immoliamo a Dio, insieme ai cori celesti un sacrificio di lode. Attraversiamo il primo velo, accostiamoci al secondo, guardiamo nel "Sancta sanctorum" e, dirò di più, immoliamo noi stessi a Dio; immoliamoci ogni giorno, immoliamo tutti i nostri movimenti. Accettiamo tutto per amore del Verbo, imitiamo attraverso le nostre passioni la Passione col nostro sangue onoriamo il Sangue, saliamo con decisione la croce. I chiodi son dolci, anche se molto acerbi. E' meglio soffrir con Cristo, che accompagnarsi agli altri nel piacere.
Se sei Simone Cireneo, prendi la croce e segui il Maestro. Se, come il ladro, sei appeso alla croce, da uomo onesto, riconosci Dio: se lui per te e per i tuoi peccati è stato aggregato agli empi, tu, per lui, fatti giusto. Adora colui che è stato per tua colpa sospeso a un legno; e, se tu stai appeso, ricava un vantaggio dalla tua malvagità, compra la salvezza con la morte, entra in Paradiso con Gesù, per capire da quale altezza eri caduto. Contempla quelle bellezze; lascia che il mormoratore muoia fuori con la sua bestemmia. Se sei Giuseppe d'Arimatea, chiedi il corpo a chi lo crocifisse, fai tuo il corpo che ha espiato i peccati del mondo. Se sei Nicodemo, quel notturno ammiratore di Dio, ungilo con funebri unguenti. Se sei una Maria, o altra Maria, o Salome, o Giovanna versa lagrime alla prima luce. Fa' in modo da poter vedere la tomba scoperchiata, o forse gli angeli, o perfino lo stesso Gesù. Di' qualche cosa, sta`'a sentire. Se dirà: - "Non mi toccare" tieniti lontana. Adora il Verbo, ma non piangere. Egli sa da chi dev'essere visto per primo. Celebra le primizie della risurrezione; va' incontro ad Eva, che cadde per prima e per prima vide Cristo e avvertì i discepoli. Imita Pietro o Giovanni, corri al sepolcro, insieme e a gara, in onesta emulazione. Se sarai primo, vinci in amore, non piegarti, guardando da fuori; entra. Se, come Tommaso sarai lontano dal gruppo dei discepoli che videro il Risorto, dopo che l'avrai visto anche tu, non rifiutar la tua fede.
 

 

S.Pasqua di Risurrezione

 

         «In un misto di timore e di gioia , di allegrezza e di dolore, le donne, come insegna il Libro, se ne vennero dal sepolcro verso gli apostoli e dissero: «Perché tanto avvilimento? Perché nascondervi il volto? In alto i cuori! Il Cristo è risorto! Formate i cori della danza e dite con noi: “Il Signore è tornato in vita”.

Ecco la luce che splende prima dell’aurora. Non vi intristite, ma rinverdite! La primavera è apparsa: copritevi di fiori, o rami! Perché dovrete portare frutti e non pene.

Tutti, battendo le mani, diciamo: “E’ tornato alla vita Colui che ai caduti dona la resurrezione”».

Romano il Melode

Inno: Le donne mirofore

La nostra fede ha un grande merito

(Dai discorsi di S.Agostino , vescovo)

 

Ben sapete,fratelli, che il nostro Signore e salvatore Gesù Cristo è il medico della nostra salute eterna, per questo prese su di se l'infermità della nostra natura, perchè la nostra infermità non durasse per sempre: assunse un corpo mortale in cui potesse uccidere la morte. E benchè sia stato crocifisso per la nostra debolezza, ora, come di ce l'Apostolo, "vive per la potenza di Dio".

 

Dello stesso Apostolo sono le parole "Cristo non muore più e la morte non ha più piotere su di lui". Queste cose sono ben note alla vostra fede. Ne consegue che l'aver conosciuto tutti i miracoli temporali da lui compiuti ci serve da ammonimento per comprendere anche le verità eterne. Ha ridato ai ciechi quegli occhi che la morte un giorno avrebbe richiusi; ha risuscitato Lazzaro, che sarebbe morto di nuovo. E tutto quello che ha fatto per la salute dei corpi non l'ha fatto perchè durassero in eterno, benchè intendesse dare alla fine la salvezza eterna anche al corpo.

 Ma, poichè non avremmo creduto a ciò che non potevamo vedere, mostrandoci questi prodigi temporali ha suscitato in noi la fede nelle cose invisibili. Nessuno dunque, fratelli, osi negare che il Signore abbia agito in questo modo ponendo così le fondamenta per l'ora attuale della Chiesa.

In diverse occasioni il Signore stesso ha anteposto a coloro che avevano visto e quindi creduto, quelli che pur non vedendo credono. Infatti la debolezza dei discepoli li rendeva vacillanti a tal punto che quando lo videro risorto ebbero bisogno di toccarlo per credere.

Non bastò loro vederlo con gli occhi, vollero toccare con le mani il corpo e le cicatrici delle recenti ferite: cosichè il discepolo che aveva dubitato, appena toccò e riconobbe le sue cicatrici esclamò"Mio Signore e mio Dio". Le cicatrici indicavano colui che aveva sanato tutte le ferite degli altri.

Non avrebbe potuto il Signore risorgere senza cicatrici? Ma sapeva che nel cuore dei discepoli c'erano delle ferite che le cicatrici conservate nel suo corpo avrebbero sanato. E che cosa disse a colui che aveva esclamato:"Mio Signore e mio Dio?""Perchè mi hai veduto, hai creduto. Beati quelli che pur non avendo visto crederanno!"

 Di chi parlava fratelli se non di noi? E non solo di noi ma anche di quelli che verranno dopo di noi. Infatti poco tempo dopo, quando il Signore si sottrasse agli occhi dei mortali perchè nei loro cuori fosse confermata la fede, tutti quelli che credettero in lui, non credettero perchè lo videro, perciò la loro fede ebbe più grande merito.

Volendo fare un paragone, diremo che aderirono alla fede con la devozione del cuore e non per aver toccato con mano.

 

 

 

Le apparizioni agli apostoli

Dal commento al Vangelo di Luca di S.Ambrogio

Qualcuno dirà: in che modo dunque Tommaso, quando ancora non credeva, toccò tuttavia Cristo? (cf.Gv 20,27). Sembra però che egli dubitasse non della risurrezione del Signore ma del modo della risurrezione. Era necessario che egli mi istruisse toccandolo, come mi istruì anche Paolo: "Bisogna infatti che questa corruttibilità si rivesta d`incorruttibilità, e questo corpo mortale indossi l`immortalità" (1Cor 15,53), in modo che creda l`incredulo e l`esitante non possa più dubitare. Più facilmente infatti crediamo quando vediamo.

Tommaso ebbe motivo di stupirsi, quando vide che, essendo ogni porta chiusa, un corpo passava attraverso barriere impenetrabili ai corpi, senza danno alla sua struttura. Era fuori dell`ordinario che un corpo passasse attraverso corpi impenetrabili; senza che lo si avesse visto arrivare, eccolo visibile a tutti, facilmente palpabile, difficilmente riconoscibile.
Pertanto, turbati, i discepoli credevano di avere davanti un fantasma. Per questo il Signore, allo scopo di mostrarci il carattere della sua risurrezione, dice: "Toccate e vedete, poiché uno spirito non ha carne ed ossa, come vedete che ho io" (Lc 24,39). Non è dunque per la sua natura incorporale, ma per le qualità particolari della sua risurrezione corporale che egli è potuto passare attraverso barriere di solito impenetrabili.

E` un corpo quello che si può toccare, un corpo quello che si può palpare. Ebbene è nel corpo che noi risuscitiamo; infatti "si semina un corpo carnale, e risorge un corpo spirituale" (1Cor 15,44); uno è più sottile, l`altro più pesante, essendo reso tale dalle condizioni della sua terrestre debolezza.
Come potrebbe non essere un corpo questo, in cui restavano i segni delle ferite, le tracce delle cicatrici, che il Signore invita a toccare? Così facendo non solo conferma la fede, ma rende più viva la devozione: egli ha preferito portare in cielo le ferite ricevute per noi, non ha voluto cancellarle, per mostrare a Dio Padre il prezzo della nostra libertà.

E` così che il Padre lo fa sedere alla sua destra, accogliendo i trofei della nostra salvezza; tali sono le testimonianze che la corona delle sue cicatrici mostra per noi.


 

 

V domenica del Tempo Pasquale

 

"Io sono la vite e voi i tralci. Chi rimane in me e io in lui produce molto frutto: perché senza di me voi non potete far nulla" (Gv 15,5).


Nessuno pensi che il tralcio possa da solo produrre almeno qualche frutto. Il Signore ha detto che chi è in lui produce «molto frutto». E non ha detto: Senza di me potete fare poco ma: «Senza di me Voi non potete fare nulla». Sia il poco sia il molto, non si può farlo comunque senza di lui, poiché senza di lui non si può fare nulla. Perché anche se, quando il tralcio produce pochi frutti, l'agricoltore lo monda, affinché ne produca di piú: tuttavia, se non resterà unito alla vite e non trarrà alimento dalla radice, non potrà da se stesso portare nessun frutto. Anche se Cristo non sarebbe la vite se non fosse uomo, non potrebbe tuttavia fornire ai tralci la capacità di produrre frutti, se non fosse anche Dio. Di modo che, come senza questa grazia è impossibile la vita, così la morte è in potere del libero arbitrio.
"Chi poi non rimarrà in me sarà gettato via come il tralcio; e si dissecca; e poi sarà raccolto e gettato nel fuoco dove brucerà" (Gv 15,6). Il tralcio è infatti tanto prezioso se resta unito alla vite, quanto, se ne è reciso, è privo di valore. Come il Signore fa rilevare per bocca del profeta Ezechiele (Ez 15,5), i rami di vite recisi non possono né essere utili all'agricoltura, né usati dal falegname in alcuna opera. Il tralcio di vite ha due sole alternative: o restare unito alla vite o essere gettato nel fuoco: se non è unito alla vite sarà buttato nel fuoco. Quindi, per non finire nelle fiamme, deve restare unito alla vite.
"Se voi rimanete in me e le mie parole rimangono in voi domandate quanto volete e vi sarà fatto" (Gv 15,7).
Rimanendo in Cristo, che cosa possono chiedere i fedeli se non quanto a Cristo conviene? Che possono volere, se restano uniti al Salvatore, se non ciò che non si oppone alla loro salvezza? Una cosa infatti desideriamo, quando siamo in Cristo, e una cosa ben diversa quando siamo ancora uniti a questo mondo. Ma qualche volta può accadere che il fatto di dimorare in questo mondo ci spinga a chiedere qualcosa che, senza che noi ce ne rendiamo conto, non è utile alla nostra salvezza. Ma questo certamente non ci avviene se siamo in Cristo, poiché egli esaudisce le nostre richieste solo quando giovano alla nostra salute eterna. Rimanendo dunque noi in lui e in noi restando le sue parole, potremo chiedergli qualunque cosa, ed egli la compirà in noi. Se gli chiediamo qualcosa ed egli non ci esaudisce, significa che quanto abbiamo chiesto non favorisce il rimanere in lui e non è conforme alla sua parola che in noi dimora, ma riguarda invece desideri e debolezze della carne, che non sono certo in lui, e nelle quali non è certo la sua parola. Quanto alla preghiera che egli stesso ci ha insegnata e con la quale diciamo: "Padre nostro che sei nei cieli" (Mt 6,9), essa fa parte sicuramente delle sue parole.
Non allontaniamoci, dunque, nelle nostre richieste al Signore, dalla lettera e dallo spirito di questa preghiera: se così facciamo, ogni cosa che chiederemo egli ce la concederà. Le sue parole rimangono in noi, quando facciamo quanto ci ha ordinato e desideriamo quanto Ci ha promesso; ma quando invece le sue parole restano, sì, nella nostra memoria, ma non se ne trova traccia nella nostra vita e nei nostri costumi, allora il tralcio non fa più parte della vite, perché non assorbe più la vita dalla sua radice. Questa distinzione tra il conoscere la legge e metterla in pratica è efficacemente posta in rilievo dal profeta che dice: "Si ricordano dei suoi comandamenti per metterli in pratica" (Sal 102,18). Non sono pochi, infatti, coloro che si ricordano dei suoi comandamenti solo per disprezzarli, per deriderli e fare il contrario di ciò che essi ordinano. In costoro non hanno dimora le parole di Cristo; essi sono in qualche modo in contatto con esse, ma non sono affatto ad esse uniti. E tali parole non solo non produrranno in costoro alcun beneficio, ma renderanno invece testimonianza contro di essi. E poiché quelle parole sono in loro, ma essi non le conservano, sono esse che posseggono loro, per condannarli.

(Agostino, Comment. in Ioan. 81, 3-4)
 

 

 

 

OLIVIER CLEMENT

LA PREGHIERA DI GESU'

 

 

 

Pregare incessantemente

 

Il problema che ha assillato la spiritualità orientale si riassume in questo interrogativo: Come pregare incessantemente? Come essere non soltanto un uomo che partecipa ogni domenica, o anche più spesso, all'eucaristia, ma, secondo il precetto paolino che abbiamo citato sopra, un «uomo eucaristico»? Non soltanto un uomo che santifica il tempo pregando, secondo una simbolica solare, una simbolica del giorno e della notte, nelle principali "ore" della giornata, ma un "uomo liturgico", capace di santificare ogni istante?

Il gruppo dei monaci "acemeti" si alternava nel coro, perché la salmodia non si interrompesse mai; ma questa non era una soluzione personale.

Una buona risposta è: fare tutto con il senso della presenza di Dio, sotto il suo sguardo, con gratitudine verso di lui e con attenzione per il prossimo. «In ogni pensiero e azione con i quali l'anima rende un culto a Dio, essa è con Dio», dice Macario il Grande. La preghiera incessante, secondo S. Massimo il Confessore, «è tenere il proprio spirito rivolto a Dio, con grande riverenza e amore...; è contare su Dio in tutte le nostre azioni e in tutto quello che ci accade ».

Uno degli interlocutori del Pellegrino russo gli spiega che la preghiera interiore è la celebrazione stessa dell'universo e della vita, l'impeto che spinge tutte le realtà verso la pienezza e verso la bellezza; e che tocca all'uomo liberare questo gemito universale dello Spirito. Ho udito il padre Demetrio Staniloae rispondere, alla stessa domanda, che bisogna accogliere il mondo come un dono di Dio, restituirglielo in offerta imprimendogli il segno del nostro amore creativo.

Tutto questo è vero, è importante; ma se non si vuol limitarsi alle "buone intenzioni", alle intuizioni profonde ma passeggere, occorre uno strumento che permetta di tradurre tutto questo in pratica. Questo strumento è la "preghiera di Gesù".

«La ventiquattresima domenica dopo la Trinità, entrai in una chiesa per pregare. Si leggeva la lettera ai Tessalonicesi, là dove si dice: "pregate incessantemente (1Ts 5, 17). Questa parola penetrò profondamente nel mio spirito, e mi sono chiesto come è possibile pregare continuamente, dal momento che, per provvedere alla propria vita, ognuno deve occuparsi nel suo lavoro » Allora, egli si rimette per strada e riprende il suo viaggio.

Ogni destino cristiano è un Pellegrinaggio verso il «luogo del cuore» dove il Signore ci attende, dove egli ci attira; il camminare nello spazio non fa che esprimere e facilitare, attraverso gli incontri, le irradiazioni, le intercessioni che vi incontriamo, questo cammino interiore. Si cerca l'uomo, gli uomini che ci diranno "parole di vita", che ci faranno attenti a ciò che è più interiore e più vicino a noi, eppure così lontano. Il Pellegrino russo cerca instancabilmente, incontra molte persone che lo aiutano ad avanzare in se stesso, verso il « cuore cosciente », ma non riceve alcuna risposta decisiva, finché scopre uno starec, ossia un "vecchio", ma nel grande senso spirituale della parola.

Nell'Oriente cristiano - nell'Oriente in generale - si ama la vecchiaia, perché si pensa che sia fatta per pregare. Quando si è vecchi, e si avverte Dio vicino attraverso la parete sempre più sottile della vita biologica, si diventa come un bambino cosciente, che si affida al Padre, si sente alleggerito dalla prossimità della morte, trasparente a un'altra luce. Una civiltà in cui non si prega più è una civiltà in cui la vecchiaia non ha più senso. Si cammina all’indietro verso la morte simulando la giovinezza: è uno spettacolo straziante, perché, mentre ci è offerta una possibilità prodigiosa, attraverso l'estrema rinuncia e offerta di sé, non si coglie questa possibilità. Abbiamo bisogno di vecchi che pregano, che sorridono, che amano con amore disinteressato, che sanno meravigliarsi; essi soli possono mostrare ai giovani che vale la pena di vivere, e che il nulla non ha l'ultima parola. Ogni monaco nel quale l'ascesi ha portato il suo frutto è chiamato in Oriente, qualunque sia la sua età, un "bel vecchio": bello della bellezza che sale dal cuore. In lui le età della vita si compongono, sinfonizzano, si può dire; e, soprattutto, l'originale è ritrovato: bianco di una bianchezza trasfigurata, il "bel vegliardo" ha occhi di fanciullo.

Così, il Pellegrino incontrerà uno di questi vegliardi. « Entrammo nella sua cella, e il vecchio mi rivolse questa parola: "La preghiera di Gesù interiore e costante è l'invocazione continua e ininterrotta del nome di Gesù, nel sentimento della sua presenza, in ogni luogo e in ogni tempo, anche durante il sonno. Essa si esprime con queste parole: “Signore Gesù Cristo, abbi pietà di me”. Chi si abitua a questa invocazione riceve una grande consolazione, e sente il bisogno di ripetere continuamente questa preghiera. Di lì a qualche tempo, non può più vivere senza di essa, ed essa scaturisce spontaneamente da lui, non importa dove né quando" ».

Il «Signore Gesù Cristo», o «Signore Gesù Cristo, Figlio di Dio», si dice nella inspirazione.

L'«abbi pietà di me», o, qualche volta, «abbi pietà di me peccatore», nella espirazione.

E ciò si fa con abbandono, per amore.

Nella tradizione benedettina antica, si usava alla stessa maniera la parola di un salmo: «Signore, vieni in mio aiuto, affrettati a soccorrermi».

La Chiesa antica ha molto pregato il « Signore, abbi pietà », Kyrie eleison (il senso è più ricco di quello della pietà: implica anche dolcezza, tenerezza, misericordia...). Anche oggi, nell'ufficio monastico e parrocchiale ortodosso, avviene che si reciti quaranta volte di seguito il Kyrie eleison. Quest'ultima formula è più adatta ai principianti, ai penitenti.

Occorre già una certa familiarità con la preghiera, per introdurvi il nome di Gesù: ma non esistono regole fisse; la penitenza dura fino alla morte, e il mistero della Croce e della discesa agli inferi permette fin dall'inizio l'audacia dell'amore.

 

La preghiera ininterrotta

 

In alcuni grandi spirituali (poco numerosi, ma non eccezionali) la "preghiera di Gesù" diventa "spontanea" e "ininterrotta". L'invocazione si identifica con i battiti del cuore; è il ritmo stesso della vita, la respirazione, il pulsare del cuore, a pregare in loro, o a riconoscersi preghiera, nella prospettiva dell'originale o dell'ultimo. Questo, lo ripeto, e soprattutto oggi, non bisogna "volerlo": occorre scoprirlo in un umile abbandono, in una confidenza totale, per grazia.

«Quando lo Spirito pone la sua dimora in un uomo, questo non può più cessare di pregare, perché lo Spirito prega in lui ininterrottamente. Che egli dorma o vegli, la preghiera non si separa dalla sua anima; mentre beve o mangia, riposa o lavora, il profumo della preghiera esala dalla sua anima. Ormai egli non prega più in momenti determinati, ma in ogni momento. I movimenti dell'intelligenza purificata sono voci mute che cantano, nel segreto, una salmodia all'invisibile» (S. Isacco il Siro). E il Pellegrino russo ci confida: « Mi abituai così bene alla preghiera del cuore, che la praticavo ininterrottamente, e alla fine sentii che essa si produceva da sé, senza alcuna attività da parte mia: essa sgorgava dal mio spirito e dal mio cuore non solo in stato di veglia, ma durante il sonno, e non cessava più un istante»

In realtà, i progressi verso la preghiera ininterrotta si iscrivono chiaramente nei nostri rapporti con il sonno. Il sonno profondo è una specie di stato mistico ma inconscio: per questo bisogna addormentarsi affidandosi alle mani di Dio, fiduciosamente.

La prima tappa consiste nell'evitare ogni eccessiva propensione al sonno, e nel praticare, in un modo o nell'altro (ho già ricordato l'ufficio di mezzanotte dei monaci) una veglia reale, ma breve, che l'ufficio coglie nella sua portata simbolica.

La seconda tappa consiste nel far penetrare l'invocazione nel sonno, dicendo la "preghiera di Gesù" mentre ci si addormenta. «Preghiera in una sola parola, tu devi essere presente quando mi addormento e quando mi sveglio». Simultaneamente, bisogna prendere nota dei propri sogni, non per attardarsi in essi, ma per comunicarli al proprio padre spirituale. Così a poco a poco si protegge il sonno dai fantasmi diabolici che attraversano l'infra-conscio.

Alla terza tappa il sonno, abbreviato ma ancora durevole, diventa permeabile e sopracosciente. « Io dormo: è un bisogno della natura; ma il mio cuore veglia di amore folle » L'uomo comunica con Dio attraverso le visioni del sonno, che non sono più attinte dalla immaginazione individuale o collettiva, ma dall'immaginifico nel senso che a questa parola dà Henri Corbin. La Bibbia è piena di sogni che i Settanta chiamano "estasi". Nei vecchi paesi ortodossi questi sogni, che comportano un elemento di rivelazione e di profezia, sono abbastanza frequenti. Il patriarca Atenagora mi diceva che egli aveva preso tutte le sue grandi decisioni dopo simili sogni; così, prima della sua proposta di incontrare Paolo VI a Gerusalemme, aveva visto un calice su una montagna di cui lui e il papa compivano l'ascensione da lati opposti.

All'ultima tappa, quella della preghiera ininterrotta, lo spirituale non dorme quasi più: lo stato mistico del sonno profondo è divenuto in lui cosciente. Egli non ha bisogno del mundus imaginalis: è divenuto un veggente del reale. Perciò riceve il carisma di simpatia e di discernimento degli spiriti: può accogliere i visitatori e farsi tutto a tutti, per dieci o dodici ore di fila, come fa anche oggi, a Londra, il metropolita Antonio.

All'atto di preghiera succede lo stato di preghiera. E lo stato di preghiera è la vera natura dell’uomo, la vera natura dei viventi e delle cose. Il mondo è preghiera, celebrazione, esultanza, come esprimono mirabilmente i Salmi e il libro di Giobbe. Ma questa preghiera silenziosa ha bisogno della bocca dell'uomo per risuonare: è ciò che i Padri greci chiamano « contemplazione della natura »: l'uomo raccoglie i logoi delle cose, le loro essenze immateriali, non per appropriarsele, ma per condurle a Dio come un'offerta da parte della creazione. Egli vede le cose strutturate dal Verbo, animate dallo Spirito di vita e di bellezza, tendere verso l'Origine paterna che le accoglie nella loro differenza: « Perché l'unione, superando la separazione, non ha nociuto alla diversità », dice Massimo il Confessore.

La tensione verso la Parusia ritrova qui il paradiso dell'inizio. Il santo vive familiarmente con gli animali selvaggi: essi sentono emanare da lui lo stesso profumo di Adamo prima della caduta, dice S. Isacco il Siro; attorno a lui paura e violenza non esistono più. Un eremita di Patmos, morto qualche anno fa, dava da bere alle vipere piccole coppe di latte, e impediva ai ragazzi del paese di ucciderle. « Sono creature di Dio ». Serafino di Sarov si lasciava divorare dalle zanzare, dicendo solo con il salmo a un amico che voleva cacciarle: « Ogni vivente lodi il Signore » (Sal 150, 5).

Vicino agli animali di cui si appropria la saggezza, dice S. Massimo, lo spirituale è vicino anche ai bambini, che riconoscono in lui uno di loro. « La sua carne è come la nostra », diceva una bimbetta di S. Serafino di Sarov.

“Tutto ciò che mi circondava mi appariva sotto un aspetto di bellezza, scrive il Pellegrino russo. Tutto pregava, tutto cantava la gloria di Dio. Così comprendevo quello che la Filocalia chiama il linguaggio della creazione. Vedevo come è possibile conversare con le creature di Dio»

L'uomo diventa allora il sacerdote del mondo. «L'anima si rifugia come in una chiesa e in un asilo di pace nella contemplazione spirituale dell'universo». L'uomo vi entra con il Verbo e, con lui e sotto la sua guida, «offre l'universo a Dio, nella sua intelligenza, come su un altare». Questo atteggiamento si può applicare alla ricerca scientifica: il ricercatore che pratica la "preghiera di Gesù" «cerca un principio di spiegazione che non dissolve il mistero delle cose, che rispetta e rivela l'esistenza e l'essere anziché disintegrarli»; il suo processo non è di disintegrazione, ma di reintegrazione spirituale.

La "preghiera di Gesù» suscita nel cuore una carità senza limiti: «Che cos'è un cuore caritatevole?», domanda Isacco il Siro. Ed ecco la sua risposta: «E' un cuore che arde di amore per la creazione intera, per gli uomini, per gli uccelli, per gli animali, per i demoni, per tutte le creature... Per questo un tale uomo non cessa di pregare... anche per i nemici della verità e per quelli che gli fanno del male... Egli prega anche per i serpenti, mosso dalla pietà infinita che sentono i cuori di quelli che si uniscono a Dio». E ancora: «Che cos'è la conoscenza? - Il senso della vita immortale. E che cos'è la vita immortale? - Sentire tutto in Dio; perché l'amore viene dall'incontro. La conoscenza unita a Dio unifica tutti i desideri; e per il cuore che la riceve è tutta dolcezza che si riversa sulla terra. Perché non vi è nulla di simile alla dolcezza della conoscenza di Dio».

Forse l'inno più pregnante a questa unificazione diversa del mondo nella luce taborica, si trova alla fine della Filocalia greca, nel trattato Sulla unione divina e la vita contemplativa, di Callisto Catafigiote. Citiamo almeno questo poche righe: «Non vi è cosa nell'universo che non testimoni dell'irradiazione (della gloria) e non porti come il profumo di questo Uno creatore... Dunque, dal momento in cui l'Uno è invocato da tutte le cose, e ogni cosa tende verso l'Uno, e l'Uno più alto del mondo si rivela all'intelligenza attraverso tutti gli esseri, è necessario che l'intelligenza sia condotta, guidata e portata verso l'Uno più alto del mondo. Essa vi è spinta dalla persuasione di tanti esseri... Dalla ricerca viene la visione, e dalla visione viene la vita, affinché l'intelligenza esulti, si illumini e gioisca, come ha detto Davide: "In Te è la dimora di tutti coloro che gioiscono"; e: "Nella tua luce vedremo la luce". Altrimenti... perché avrebbe egli seminato in tutti gli esseri ciò che è suo, e attraverso il quale, come attraverso finestre, rivelandosi all'intelligenza, egli la chiama ad andare verso di lui, colma di luce?»

Tutto culmina nell'amore vero per il prossimo. Penso a questo bellissimo testo di un "pazzo per Cristo" russo, degli inizi del nostro secolo: «Senza la preghiera, tutte le virtù sono come alberi senza terra; la preghiera è il terreno che permette a tutte le virtù di crescere... Il discepolo di Cristo deve vivere unicamente per Cristo. Quando egli amerà Cristo fino a questo punto, amerà necessariamente anche tutte le creature di Dio. Gli uomini credono che occorra amare prima gli uomini e poi Dio. Anch’io ho fatto così, ma questo non serve a nulla. Quando al contrario ho cominciato ad amare Dio, in questo amore di Dio ho trovato il mio prossimo. E in questo amore di Dio, i miei nemici sono diventati miei amici, creature divine ».

Evagrio scriveva: « Beato il monaco che considera ogni uomo come Dio dopo Dio. Beato il monaco che considera come suo proprio il compimento della salvezza negli altri e il progresso di tutti. Questo è un monaco che, pur separandosi da tutti, diventa unito a tutti »

E S. Isacco il Siro: « Lasciati perseguitare, ma tu non perseguitare; lasciati offendere, ma tu non offendere; lasciati calunniare, ma tu non calunniare. Gioisci con quelli che sono in letizia, piangi con chi piange: è il segno della purezza... Sii amico di tutti, ma, nel tuo spirito, rimani solo », Solo con il Solo, che è l'Amore e ci dà la forza di amare.

Lo stesso S. Isacco precisa: « Ecco, fratello mio, un comandamento che ti do: che la misericordia prevalga sempre nella tua bilancia, fino al momento in cui sentirai in te la misericordia stessa che Dio prova verso il mondo ».

« Non tentare di distinguere chi ne è degno da chi non lo è; tutti gli uomini siano uguali ai tuoi occhi, per amarli e servirli. Così potrai portare al bene gli indegni... Il Signore non ha forse condiviso la mensa dei pubblicani e delle donne di cattiva vita, senza allontanare da sé gli indegni?... Così tu concederai gli stessi benefici, gli stessi onori, all'infedele, all'assassino; anche lui è un fratello per te, perché partecipa all'unica natura umana »

« Quando riconosce l'uomo che il suo cuore ha raggiunto la purezza? Quando considera tutti gli uomini come buoni, senza che alcuno gli appaia impuro o perverso. Allora egli è davvero puro di cuore »

Madre Maria (Skobtzoff), una monaca ortodossa che viveva in Francia nel periodo tra le due guerre, ha tentato di precisare l'ascesi dell'amore attivo.

Questa ex rivoluzionaria, dalla vita violenta e appassionata, era diventata un essere di luce. Leggeva la Filocalia, ma nella prospettiva dei suoi maestri, i filosofi religiosi russi, primo fra tutti Nicola Berdjaev. Si dedicava agli esclusi, ai più frustrati, e pur percorrendo la Francia, in treno, scriveva poemi in cui ricamava delle icone. Durante la guerra ha salvato la vita a molti ebrei. Inviata a Ravensbruck, irradiava in maniera indimenticabile tra le compagne; sarebbe morta sostituendo un'altra sulla via della camera a gas.

Ella amava ricordare la storia di un monaco dell’antico Egitto, che, per nutrire un affamato non aveva esitato a vendere il suo vangelo, suo unico bene.

Nel suo studio su Il secondo comandamento del Vangelo  traccia le grandi linee di un'ascesi dell’incontro e dell'amore. Bisogna evitare, dice, di proiettare il proprio psichismo sugli altri. Bisogna comprendere l'altro in un estremo spogliamento di sé, fino a scoprire in lui l'immagine di Dio. Allora si comprende quanto questa immagine può essere offuscata, deformata dalle potenze del male. Si vede il cuore dell'uomo come il luogo dove il bene e il male, Dio e il demonio, conducono una lotta incessante. E si deve intervenire in questo combattimento, non con la forza esteriore, che non porterebbe che a quell’ ”incubo del cattivo bene", del bene imposto, che denunciava Berdjaev, ma con la preghiera: « Si può intervenire se si mette tutta la propria confidenza in Dio, se ci si spoglia di ogni desiderio interessato, se, come Davide, si depongono le proprie armi e ci si getta nel combattimento senz'altra armatura che il Nome del Signore ». Allora il Nome diventa presenza e ci ispira le parole, i silenzi, i gesti indispensabili.

A quelli che raggiungono questo "stato di preghiera", tutto è restituito "al centuplo". Essi conoscono quella trasfigurazione dell'eros che cercano, così disperatamente, in questi ultimi anni, i sostenitori del freudo-marxismo! Essi colgono con una straordinaria pienezza il mistero dei viventi e delle cose, la faccia nascosta della terra. E ricevono il carisma di paternità spirituale, di guarigione e di profezia. Questa paternità, come quella di Dio che essa rivela, supera, integrandola, la dualità sessuale: S. Serafino, rinnovando un 'antica indicazione monastica, diceva al superiore di Sarov: « Sii una madre per i tuoi monaci ».

Lo spirito, unito al cuore, accede a una forma rinnovata di intellezione, a un pensiero inseparabile dalla pace e dall'amore e sostenuto dalla preghiera (perché ormai questa non si interrompe più durante l'esercizio del pensiero). La pratica dell'invocazione del Nome di Gesù non ha nulla, come talvolta si crede, di anti-intellettualismo: essa crocifigge e risuscita l'intelligenza. « Il cuore, libero dalle immaginazioni, finisce con il produrre in sé santi e misteriosi pensieri, come si vede su una superficie marina liscia saltare i pesci e piroettare i delfini ».

Talvolta si rivelano agli spirituali i misteri dell'origine e della fine dell'umanità e dell' universo. Essi partecipano al passaggio della storia nel Regno, alla nascita della Gerusalemme celeste. Prendono il posto, nella comunione, di "peccatori coscienti", di quelli che pregano perché tutti siano salvati. Se la Chiesa ha condannato "l'apocastasi" origenista come certezza dottrinale e automatismo quasi-ciclico, ha confidato ai suoi più grandi spirituali il segreto della preghiera per la salvezza universale.

La "preghiera di Gesù", pronunciata « abbi pietà di noi », ci ricorda che non ci si salva da solo, ma soltanto nella misura in cui si diventa una persona in comunione che non si sente più separata da nulla. Colui che invoca il Nome, diventa l'amico dello Sposo, prega perché tutti siano uniti allo Sposo: « Occorre che egli cresca e che io diminuisca ». Egli non parla dell'inferno che per se stesso, per una infinita umiltà: è la storia del ciabattino di Alessandria che faceva lezione a S. Antonio rivelandogli che egli pregava perché tutti fossero salvati e lui solo meritasse di essere perduto. S. Simeone il Nuovo Teologo a dire che bisogna considerare tutti i propri compagni come santi, e ritenere se stesso come il solo peccatore, « dicendo a se stesso che nel giorno del giudizio tutti saranno salvati, io solo sarò separato »

Allora il Signore disse all'abate Silvano: « Tieni il tuo spirito nell'inferno, e non disperare »

La speranza cresce con la preghiera: speranza del Giorno ultimo, senza declino, in cui il vento dello Spirito dissiperà le ceneri e manifesterà il mondo come un « roveto ardente » in Cristo. Il crollo delle illusioni e la sconfitta della morte non avverranno senza grandi prove. « Allora chiunque invocherà il Nome del Signore sarà salvato.


 

 

 

 

 

 

 

 

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