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Triduo pasquale

Orari delle celebrazioni

 

 

GIOVEDI' SANTO 1 APRILE

18.00 messa "in Cena Domini"

21.15 adorazione all'altare della riposizione del S.S. Sacramento con lettura del Vangelo di S.Giovanni, fino alla mezzanotte

 

 

VENERDI' SANTO 2 APRILE

6.00 Ufficio delle letture

8.00 Lodi

16.00 Celebrazione della Passione del Signore

 

 

SABATO SANTO 3 APRILE

6.00 Ufficio delle letture

8.00 Lodi

22.30 Solenne Veglia Pasquale

 

 

DOMENICA DI PASQUA 4 APRILE

8.30 Lodi

17.45 Vespro solenne di Pasqua

18.00 Celebrazione Eucaristica

 

 

Jean Corbon

 

LA PREGHIERA, LITURGIA DEL CUORE
 


Jean Corbon (Parigi 1924- Beirut 2001), entrato da giovane dai Padri bianchi, dal 1956 è vissuto costantemente in Libano. dove è stato incardinato quale presbitero della Chiesa melkita. Orientalista e autore spirituale di rara profondità, è stato uno dei più grandi ecumenisti del xx secolo.


 

Il luogo del cuore

 

L'effusione nella vita del mistero della liturgia comincia nella preghiera. Il punto in cui il fiume di vita diventa sorgente nell'esistenza dell'uomo è il suo cuo­re. E' a partire dalla preghiera del cuore che la liturgia diventa vita. Qui c'è la soglia personale da varcare e nella quale tutto si decide, ma ecco il primo appello al quale ci è difficile rispondere. Se ci sottraiamo a esso, le nostre celebrazioni ridiventano riti e la liturgia resta estranea alla nostra vita. Ma se siamo risoluti a pregare, umilmente offerti allo Spirito santo, allora tutto il nostro essere discenderà nel cuore e sarà raccolto alla sua sorgente. Per noi, a livello esistenziale, tutta la dinamica della liturgia vissuta è celebrata parte da qui.

Si prega come si vive e si vive come si ama; tutto dipende dall'asse sul quale abitualmente si impernia la nostra esistenza e a partire dal quale tutto assume si­gnificato: l'io biologico, o l'io sociale, l'io cerebrale o ideale, il super-io o il sogno... In tutte queste dimore periferiche l'uomo è solo di passaggio, non è con se stesso, non si è ancora trovato. Solo nel cuore siamo noi stessi e lo diventiamo. Il cuore è il luogo dell'in­contro autentico con se stessi, con gli altri, ma soprat­tutto con il Dio vivente. Non in modo statico come un vuoto da riempire - è l'illusione delle altre dimore -, ma in modo vitale, come appello di una presenza e come risposta creatrice.

Il cuore è il luogo della deci­sione, il momento personale del o del no. E' la no­stra persona nel suo punto di origine, nel suo mistero irriducibile, nella sua libertà inviolabile. E' qualcosa che non possiamo oggettivare, perché nell'atto stesso in cui ci disponiamo a scrutarlo, è già lui che sceglie; esso precede ed è all'interno della coscienza che noi ne prendiamo, è inafferrabile. E' rivolto “verso” un’altra presenza e si inaridisce nella morte quando si sazia di oggetti. In fondo è l'uomo, immagine della comunione trinitaria e in cerca della somiglianza, cioè di quella comunione divina. Solo tale presenza può essere la vita dell'uomo, perché è la sola che colma il suo cuore ap­profondendo il desiderio, che non lo inganna sazian­dolo, ma lo dilata attirandolo.

"Dove abiti?" (Gv 1,38). Il Signore può essere tro­vato soltanto là dove l'uomo accetta di essere incontra­to. Quando ci decidiamo a varcare la soglia del nostro cuore scopriamo in esso il luogo in cui scaturisce la sorgente: "Certo, il Signore è in questo luogo e io non lo sapevo!" (Gen 28,16). Presenza a presenza, questa misteriosa ospitalità è l'aurora della preghiera dopo le nostre lunghe notti di evasione o di sonnolenza. Per­ché è il cuore che prega, e non le nostre strutture, an­che quelle psichiche, né i nostri determinismi, né i no­stri condizionamenti; tutto questo è indubbiamente il nostro spazio, ma rimescolare i nostri scenari non po­trà mai sostituire la novità dell'incontro. Questo può avvenire solo quando il cuore si volge a colui che è... ed è allora che egli viene.

 

 

Entrare nel Nome del Signore Gesù

 

La dinamica della preghiera è la stessa della liturgia, vissuta poveramente ma a livello profondo nel cuore. La preghiera cristiana non si può definire, così come è indefinibile il mistero di Cristo che essa accoglie e respira. Il suo impulso si colloca tra due esperienze di non-sapere: prima che lo Spirito santo si impadronisca di noi non sappiamo come pregare (cf. Rm 8,26), ma dopo che ci ha fatto entrare nella preghiera di Gesù, non sappiamo che stiamo pregando: preghiamo, semplicemente. Mentre la celebrazione della liturgia si può descrivere a motivo dei suoi segni sacramentali, la li­turgia del cuore è tanto indescrivibile quanto il miste­ro che vive. Qui i segni sono scomparsi; resta solo la radice che li portava la fede, nella speranza che prean­nunciavano, l'amore. E' così che il mistero "avvolto di silenzio nei secoli eterni" si dilata nel cuore che crede e spera: in esso diventa "silenzioso amore" (Giovanni della Croce).

Lo Spirito santo è il pedagogo della nostra preghie­ra così come è il mistagogo delle nostre celebrazioni. E' indispensabile cominciare da lui e con lui, altrimenti ci perdiamo in paraliturgie sterili, al di fuori del cuo­re. Anche qui tutto ha inizio dalla liturgia della Parola, non quella in cui moltiplichiamo le parole (cf. Mt 6,7), ma quella del Verbo divenuto carne della nostra carne. L'inizio delle celebrazioni sacramentali esprime questo avvento della parola del Padre nella nostra umanità: l'evangelo, cioè Cristo, entra nella comunità che lo ce­lebra. Nella liturgia del cuore, lo Spirito santo cerca in­cessantemente, "di inizio in inizio", di far entrare Cri­sto risorto nel cuore che si risveglia alla preghiera. La sua energia così semplice ci insegna a parlare impri­mendo nel nostro cuore di carne l'unica parola che può esprimere tutto: Gesù. In realtà non è soltanto lui a venire in noi, ma siamo soprattutto noi che entriamo in lui.

La preghiera a Gesù è il nostro vero ingresso nella li­turgia del cuore, perché invocando Gesù "sotto l'azio­ne dello Spirito santo" (1Cor 12,3), noi entriamo nel mistero del suo Nome. Non è forse così che egli stesso ci insegna a entrare nella preghiera: "Sia santificato il tuo nome"? L'unico nome divino che le nostre labbra e i nostri cuori possono pronunciare in verità è quello di Gesù. Tutti gli altri, anche quello di Padre, sono analogie o simboli sempre da purificare. Solo quello di Gesù è vero, in pienezza, ed è questo Nome a conferi­re significato a tutti gli altri, specie a quello di Padre. Quando noi invochiamo "Gesù", i nostri cuori si apro­no all'unico Nome che non è una parola staccata dalla persona cui si riferisce, ma contiene la presenza evoca­ta. E' l'unico che non viene posseduto mentre lo si pro­nuncia, perché apre il cuore attirandolo a Cristo.

Invocare il Nome di Gesù non è un metodo tra tanti altri, una tecnica di preghiera come quelle che ci sono in tutte le religioni, né una variante del rito, come nel­le diverse liturgie delle chiese, ma è la dinamica fonda­mentale dello Spirito nel cuore della sposa: tutta la sua missione si compie in Gesù e se noi entriamo nel No­me del Signore imbocchiamo l'unica via che conduce al Padre. Entrare nel Nome del Signore Gesù è ben più coinvolgente dell'emozione di Mosè, che depone i suoi sandali e si accosta al roveto ardente: significa es­sere immersi nel suo mistero, vivere a ogni respiro il nostro battesimo in lui, offrirgli le pieghe più riposte della nostra umanità che egli assume, ed essere invasi dalla sua divinità, che egli consegna a noi. Quando il cuore invoca Gesù, il Verbo "porta a compimento" in esso la sua incarnazione e lo deifica, poiché Gesù è il Figlio amato che diventa uomo affinché l'uomo di­venga figlio di Dio. In lui tutto è donato dal Padre e tutto è offerto dall'uomo. Infatti colui nel quale en­triamo, nel silenzio amante del cuore, è Gesù, il Risor­to, icona del Dio invisibile, che ci unisce in tal modo al suo corpo di gloria. La nostra preghiera è imperniata sulla sua umanità degna di adorazione. È tramite la sua carne glorificata che ci immergiamo nel seno del Padre. La nostra preghiera non può essere che Gesù, il Verbo incarnato, altrimenti è parola vuota e ricade nel­la morte.

 

 

L'altare del cuore

 

Il Nome di Gesù è lo spazio nuovo della liturgia del­la preghiera. Abbiamo visto sopra quanta importanza rivesta, nella celebrazione della liturgia, l'altare come centro dello spazio sacramentale e della sua dinamica. Lo stesso vale per il cuore nello spazio della preghie­ra: è il fulcro, ed è da esso che parte tutta la dinamica del mistero. La preghiera cristiana non è da ricercarsi nel vuoto della mente poiché il suo spazio misterioso è Cristo risorto. Tutta l'ascesi che accompagna la pre­ghiera ha allora un centro. Essa non consiste nel far svanire persone e cose, ma purifica la relazione del cuore con tutto ciò che esiste, affinché il cuore sia là dov'è il suo tesoro: il suo Signore. La questione deter­minante della preghiera non è il suo spazio, locale o mentale, ma la presenza che la abita. Ora, questa pre­senza è nel cuore come su un altare, dove lo Spirito santo depone e scolpisce l'evangelo eterno: Gesù.

Infatti è sull'altare del cuore che si celebra questa li­turgia di fede pura: là vi è il sepolcro verso il quale ci sospinge il nostro ricordo pieno di nostalgia del Signo­re e dove lo Spirito ci rivela che egli è risorto. Vi è il se­polcro in cui la preghiera depone il corpo sempre soffe­rente di Cristo, nella certezza che l'artefice della vita lo risusciterà. Vi è il sepolcro nel quale il Vivente di­scende nei nostri inferni per strapparci alla nostra mor­te. Giacché le notti delle nostre preghiere sono dav­vero la discesa della luce nelle profondità delle nostre tenebre. Sepolti una volta per tutte con Cristo, noi continuiamo senza sosta nella preghiera del cuore a vi­vere questo seppellimento e ne usciamo sempre più uniti a lui e viventi per il Padre.

Nel Grande sabato, il corpo del Figlio di Dio riposa­va nella terra; egli aveva già vinto la morte, ma non era ancora manifestato come risorto. Lo stesso accade per la preghiera del cuore. Sepolta nel silenzio degli ulti­mi tempi, essa distrugge la morte nelle sue profondi­tà, benché non prorompa ancora nella lode della glo­ria. Così conformata al suo Signore, l'anima che prega diventa quell' "anima ecclesiale" della quale parla Origene. Come le mirrofore, alla scuola dello Spirito im­para la creatività della tenerezza divina. La più bella diaconia che la chiesa possa offrire al mondo è di veni­re al sepolcro e di rimanere presso l'altare del cuore, non più per portare olii profumati per il corpo di Gesù, ma per guarire i morti che popolano la terra offren­do loro già fin d'ora la speranza e il pegno della resur­rezione. Il "silenzioso amore" della preghiera a Gesù si dilata allora nel suo autentico spazio: dare la vita ai membri feriti dalla morte, essere nel suo corpo il luogo dal quale si effonde l'amore. Quando preghiamo così nello Spirito, il nome di Gesù "si spande" (Ct 1,3) sul suo corpo crocifisso. È allora che noi siamo la chiesa nel suo mistero più nascosto ma più vivificante: al cuo­re della kenosi dello Spirito e della sposa.

 

 

L' epiclesi del cuore

 

Nelle celebrazioni sacramentali la sinergia decisiva dello Spirito e della chiesa si vive al momento dell'epi­clesi. Momento di massima intensità del silenzio della chiesa e della forza dello Spirito, l'epiclesi è preghiera pura e potenza sovrana: all'offerta della fede più pove­ra risponde il dono verginale dello Spirito santo, ed è così che tutto risorge nel corpo di Cristo.

La liturgia del cuore attualizza incessantemente nella vita questa meraviglia di Dio che si compie nella celebrazione. E' anzitutto qui che si vive il sacerdozio regale dei battez­zati, e si vive nel modo più intenso. Il sigillo del dono dello Spirito santo, ricevuto una volta per tutte nella cresima, fa allora di noi i sacerdoti della nuova allean­za. Sull'altare del nostro cuore possiamo offrire tutto - e se offriamo poco è perché siamo ancora "uomini di poca fede" - ma lo Spirito trasformerà soltanto ciò che noi gli offriremo. Tale è la misteriosa sinergia della pre­ghiera: più la nostra volontà è consegnata a quella del Padre, più il Padre fa la nostra volontà! Tale è la pre­ghiera dei santi, poiché, da quando ha assunto la no­stra volontà di uomini, tale è la preghiera del Signore Gesù. E' nell'epiclesi del cuore che si decide tutta la santità cristiana alla sorgente: l'offerta povera, fidu­ciosa e risoluta del peccatore che rinuncia alla sua vo­lontà rimettendola nelle mani del Padre attira il dono sovrabbondante dell'amore che si riversa nel cuore. E più il cuore è puro da ogni attaccamento, più è ricol­mato dallo Spirito; più il silenzio è umile e fiducioso, più il Nome di Gesù lo dilata con la sua presenza.

È questa santità ciò che temiamo quando il nostro uomo vecchio rifugge la preghiera; disertiamo l'altare del cuore e pretendiamo di compensare il nostro sacer­dozio regale lavorando sulle strutture di questo mon­do, come se delle strutture potessero provocare l'av-vento del regno! Questa tentazione fondamentale ci ri­vela ancora qualcosa sul mistero della preghiera: ciò che noi temiamo, in realtà, è di trovarci di fronte al-la morte. Il dramma della morte, come abbiamo visto, è presente in profondità nel mistero dell'epiclesi. Ora, quando il cuore decide a pregare, entra nella kenosi dello Spirito e della sposa, partecipa all'epiclesi della chiesa ed è agli avamposti del combattimento, il gran­de combattimento pasquale. Pregare è una lotta nella quale lo Spirito ci fortifica combattendo: ci spoglia del­le nostre armi ridicole, come il piccolo David, per rive­stirci dell' armatura del Figlio di David, le armi della croce. Nell'orazione non vi è più la celebrazione festi­va dell'eucaristia; tutti i segni sono scomparsi ed è al culmine della notte che il "silenzioso amore" vince la morte, e non soltanto quella di colui che prega, ma, da­to che egli partecipa al momento decisivo dell'epiclesi, quella a tutti coloro che giacciono nelle tenebre del peccato. Tale è la preghiera dei santi che permette al mondo di sopravvivere nella speranza: così il Signore viene grazie alla perseveranza dei suoi santi.

 

 

L'altare della comunione

 

Se il cuore persevera, a qualunque costo, nell'invo­cazione del suo Signore Gesù, conoscerà il battesimo delle lacrime, quello che lo purifica dal suo peccato; ri­ceverà allora il battesimo di fuoco, quello dell'amore in cui lo immerge lo Spirito nell'epiclesi della fede. Lo Spirito santo opera la fusione della volontà ribelle in quella del Padre a tal punto che la preghiera "a" Gesù diviene preghiera "di" Gesù stesso. Ora, questa pre­ghiera incessante di Gesù non è altro che la liturgia eterna da lui celebrata ormai davanti al volto del Pa­dre. Quello stesso Spirito che ci insegnava a respirare il Nome di Gesù può allora, nella preghiera del Signore, aprirci all'adorazione piena di meraviglia: "Abba, Pa­dre!". Quando la liturgia alla sorgente sgorga nel cuo­re, essa si effonde nell'adorazione "in spirito e verità" (Gv 4,14.24). E l'epiclesi del cuore si dilata in epiclesi sul mondo, che altro non è se non partecipazione alla grande opera (cf. Gv 5,17) di Cristo nella sua ascensio­ne: effondere lo Spirito santo nel cuore degli uomini per attirarli a sé.

Il cuore che prega trova infatti nell'evento incessan­te dell'ascensione il suo vero spazio. Se siamo leali con noi stessi sappiamo bene che lo spazio cosciente del nostro cuore non ci appare così. Ma se ci fermiamo a questo vuol dire che non abbiamo ancora compreso la meraviglia dell'umanità di Gesù che, per l'appunto, è intessuta della nostra e di quella di tutti gli uomini. Quando il nostro orizzonte interiore, inseparabile dall'altro del resto, è nella tristezza, perché misconoscere questo legame nella carne mortale che ci unisce a tanti altri esseri umani senza speranza e senza amore? Que­sta fibra della nostra umanità non è più nostra, ma di colui che l'assume, che è morto ed è risuscitato per noi. E lo stesso vale anche per le piccole nubi e le me­raviglie di luce che costituiscono il nostro mondo. Nel­la liturgia del cuore lo spazio della preghiera non è più chiuso, ripiegato su di sé, ma aperto, dispiegato, in co­munione con una moltitudine di uomini e di donne, trascinato nello spazio senza orizzonte del Signore del­le nostre vite.

Infatti l'altare del cuore è in fin dei conti la tavo­la del banchetto, là dove la comunione della santa Tri­nità ci viene donata incessantemente nel corpo di Cri­sto, ma affinché noi la condividiamo. Luogo dell'in­contro tra la fame degli uomini e il desiderio di Dio, il cuore che prega prende parte all'attesa dei poveri e alla sovrabbondanza di doni del Padre. È la tavola del ban­chetto dell'agàpe, non tanto nella festività della cena eucaristica, quanto nella speranza dolorosa di coloro che ancora non vi partecipano. Nessuno viene lasciato fuori, grazie alla preghiera dei santi. Perché ciò che l'o­razione celebra nella fede pura e nel "silenzioso amore" è la profondità nascosta della comunione eucari­stica: essa si immerge nello spessore degli ultimi tempi per chiamare al banchetto della Sapienza gli uomini folli che se ne allontanano.

Qui si situa il vero digiuno di colui che acconsen­te a perseverare nella preghiera: sedersi alla tavola dei peccatori affamati. L'orazione sposa allora il desiderio del Figlio amato venuto a condividere il pasto pasquale in cui consegnò se stesso. Ma chi potrà mai cantare la gioia dello Spirito santo, il grande Hallel di questo banchetto misterioso? Infatti più un cuore acconsente a pregare in tal modo, più lo Spirito si unisce a lui nella kenosi dell'amore. La liturgia della preghiera è tanto più sorgente di vita per una moltitudine quanto più il cuore è consegnato allo Spirito nella pace, quella pace che è la potenza della resurrezione nelle profondità della morte. Il cuore che prega così sarà sempre più trascinato dal suo Signore nella sua ascensione vivifi­cante; ma potrà andare anche più lontano, perché aven­do raggiunto i confini della morte lo Spirito l'avrà por­tato al limite estremo dell'amore (cf. Gv 13, 1).

 

 

La deificazione dell’uomo

 

Se acconsentiamo attraverso la preghiera a venire in­vasi dal fiume di vita, il nostro intero essere sarà tra­sformato, diventeremo alberi di vita, e potremo sem­pre più portare il frutto dello Spirito: amare, di quell'amore stesso che è il nostro Dio. E' necessario perse­verare incessantemente su questo consenso radicale, su questa determinazione del cuore nella quale la nostra volontà si consegna incondizionatamente all'energia dello Spirito santo, altrimenti siamo nell'illusione del-la conoscenza intellettuale o del discorso su Dio, e restiamo nell'esteriorità, nella lacerazione, nella morte. Ma proprio perché quest'offerta del nostro cuore pec­catore si rinnova costantemente, non bisogna immagi­nare la nuova alleanza con Gesù come un semplice incontro personale. La comunione nella quale lo Spirito ci introduce non si limita a un faccia a faccia tra la per­sona di Cristo e la nostra persona, né a un conformarsi esteriore della nostra volontà alla sua. La liturgia vissu­ta comincia, certo, da questa unione "morale", ma va ben oltre. Lo Spirito santo è unzione e cerca di trasfor­marci in Cristo a partire da quello che siamo integral­mente: corpo, anima, spirito, cuore, carne, in relazio­ne agli altri e al mondo. Perché l'amore divenga la nostra vita non basta che ci tocchi nella nostra origine personale, esso deve impregnare tutta la nostra natura.

Questa potenza trasformante del fiume di vita che penetra tutto l'uomo, persona e natura, viene chiamata dalla tradizione indivisa delle chiese con una parola straordinaria, che riassume il mistero della liturgia vis­suta: la deificazione, la théosis. Attraverso il battesimo e il sigillo del dono dello Spirito santo noi siamo divenuti "partecipi della natura divina" (2Pt 1,4). Nella liturgia del cuore zampilla la sorgente di questa deifi­cazione: lo Spirito santo e la nostra persona conflui­scono in una sola origine. Ma in che modo questa si­nergia misteriosa può innervare tutto il nostro essere, dai suoi più piccoli recessi ai suoi comportamenti più appariscenti? Qui vi è tutto il dramma della deificazio­ne, nella quale si compie per ogni cristiano il mistero della liturgia vissuta.

 

 

Il mistero di Gesù

 

Entrare nel Nome del Signore Gesù non significa solo contemplano di tanto in tanto o far nostre saltua­riamente la sua passione per il Padre e la sua compas­sione per gli uomini, ma vuol dire anche condividere continuamente e in misura crescente la sua umanità, nella quale egli ha assunto la nostra. "Rivestire Cristo" (cf. GaI 3,27) è stato l'evento del nostro battesimo che deve intessere tutta la nostra vita. Il Figlio amato ci ha uniti a sé nel suo corpo, e più egli conforma la nostra umanità alla sua, più ci fa partecipare alla sua divinità.

Quella di Gesù è un'umanità nuova perché è santa, nella sua condizione mortale partecipava delle energie divine del Verbo, senza alcuna confusione ma in una sinergia insondabile nella quale cooperavano la sua vo­lontà e i suoi comportamenti umani. Gesù non è un uo­mo divinizzato: è il Verbo di Dio realmente incarnato.

Questo significa che, per divinizzarci e diventare "come Dio", non dobbiamo imitare, da lontano e in modo estrinseco, i comportamenti di Gesù riportati da­gli evangeli: è la tentazione primordiale sempre latente. Ma al contrario è Gesù che viene a deificare questa natura umana che ha unito a sé una volta per tutte. Le sue energie divino-umane dalla resurrezione in poi so­no quelle del suo Spirito santo, che suscita e richiede la nostra risposta; a misura della sinergia dello Spirito con il nostro cuore, la nostra umanità partecipa alla vi­ta della santa umanità di Cristo.

Entrare nel Nome di Gesù, Figlio di Dio, Signore, significa quindi essere attirati in lui, fin nelle profondità del nostro essere, con la stessa forza di attrazione con la quale egli ha as­sunto la sua umanità incarnandosi e vivendo la nostra condizione umana fino alla morte. Non vi è qui nessu­na pseudo-mistica "pancristica", perché la persona ri­mane se stessa, creatura e libera, di fronte al suo Si­gnore e Dio; ma non vi è neanche alcun moralismo, al­tro errore che incombe in misura ancor maggiore su di noi, perché la natura umana condivide realmente la di­vinità del suo salvatore.

"L'uomo diventa Dio tanto quanto Dio diventa uo­mo", ci dice Massimo il Confessore. La santità cristiana è deificazione perché noi partecipiamo nella no­stra umanità concreta alla divinità del Verbo che ha sposato la nostra carne. La "natura divina" della quale parla l'apostolo Pietro (2Pt 1,4) non è un' astrazione né un modello, è la vita stessa del Padre comunicata eter­namente al suo Figlio e al suo Spirito santo. Il Padre ne è la sorgente, ed è il Figlio che la riversa in noi dive­nendo uomo. Noi diveniamo Dio nella misura in cui siamo sempre più uniti all'umanità di Gesù. Di conse­guenza l'unico problema che abbiamo è questo: in che modo il Figlio di Dio ha vissuto da uomo nella nostra condizione mortale, dal momento che è proprio attra­verso la via della sua umanità che a sua volta anche la nostra potrà rivestirsi della sua divinità? Gli evangeli sono stati scritti proprio per rivelarci "i sentimenti che furono in Cristo Gesù" (Fil 2,5)2 e lo Spirito santo cerca di effonderli nei nostri cuori.

A seconda della spiritualità della sua chiesa e dei doni particolari dello Spirito, ogni battezzato vive più intensamente l'uno o l'altro dei "sentimenti di Cristo Gesù", ma il mistero della deificazione è fondamental­mente identico per tutti i cristiani. La loro umanità non appartiene più a loro stessi, nel senso di un'appar­tenenza possessiva e mortifera, ma a colui che è morto e risorto per loro. In verità, tutto ciò che costituisce la mia natura, le sue potenzialità di vita e di morte, i suoi doni e le sue acquisizioni, i suoi limiti e il suo peccato, tutto questo non e più mio", ma "di colui che mi ha amato e ha dato se stesso per me" (Gal 2,20). Questo trasferimento di appartenenza non è né ideale né mo­rale, è realistico e mistico. Questa identificazione di Gesù con l'umanità di ogni essere umano porta molto lontano nel nuovo tipo di relazione che si instaura con gli altri, lo si vedrà in seguito; ma quando viene accol­ta e accettata, quando la nostra volontà ribelle si con­segna al suo Spirito, è allora che la deificazione è all'o­pera. Ero ferito dal peccato e radicalmente incapace di amare, ma ecco che l'amore è nuovamente entrato nel­la mia natura: "Non sono più io che vivo, ma Cristo che vive in me" (Gal 2,20).

 

 

Il realismo della liturgia del cuore

 

Il realismo mistico della nostra deificazione è il frut­to del realismo sacramentale della liturgia. Viceversa, il moralismo di stampo evangelico, che così spesso con-fondiamo con la vita secondo lo Spirito, è il risultato inevitabile della degenerazione della liturgia in routine sacra. Ma se la liturgia alla sorgente, che è il realismo del mistero di Cristo, vivifica le nostre celebrazioni sa­cramentali, nella stessa misura lo Spirito santo ci tra­sfigura in Cristo.

"Il Figlio di Dio è divenuto uomo affinché l'uomo divenga figlio di Dio" (Ireneo di Lione), ci dicono i pa­dri dei primi secoli. Le tappe percorse dal Figlio amato per venire a noi e unirsi a noi fino a morire della nostra morte, sono le stesse tappe attraverso le quali egli ci unisce a sé e ci porta al Padre, fino a farci vivere del­la sua vita. Queste tappe dell'unica via, che è Cristo, ci vengono rivelate in modo figurato dall'Antico Testamento, e Gesù le porta a compimento. Sono la creazio­ne e la promessa, la pasqua e l'esodo, l'alleanza e il re­gno, l'esilio e il ritorno, la restaurazione e l'attesa del­la consumazione. I due Testamenti hanno inciso nella lettera della storia questa grande pasqua dell'incarna­zione deificante. Ma negli ultimi tempi la Bibbia di­venta vita, è in condizione liturgica, e l'opera di Dio viene scolpita nei nostri cuori. La conoscenza del mi­stero non è più un fatto intellettuale, ma un evento che lo Spirito santo realizza nella liturgia che si celebra e che compie deificandoci.

Ma oltre a comprendere per quali vie Cristo ci dei­fica, è importante soprattutto riuscire a viverle. Ora, la liturgia celebrata ci fa vivere intensamente, in certi momenti, l'economia della salvezza che è deificazione, affinché noi la viviamo per tutto il tempo, questo tem­po nuovo in cui essa ci ha fatto entrare. O si prega sempre o non si prega mai, dicono i padri del deserto. Ma per pregare sempre bisogna pregare spesso e talora a lungo. Allo stesso modo, dato che si tratta del mede­simo mistero, per deificarci sempre lo Spirito santo de­ve deificarci spesso, e talora in modo molto intenso. L'economia della salvezza che scaturisce dal Padre at­traverso il Cristo nello Spirito santo si effonde nella vi­ta deificata del cristiano nello Spirito santo, attraverso il Nome di Gesù, Cristo e Signore, verso il Padre. Ma il luogo e il momento in cui il fiume di vita, celato nell'economia, irrompe nella vita del battezzato per deifi­carla, è la celebrazione della liturgia. Qui tutto ciò che il Verbo vive per l'uomo diventa Spirito e vita.

 

 

Lo Spirito santo, iconografo della deificazione

 

Se nell'economia della salvezza tutto si conclude con Gesù mediante l'effusione dello Spirito, nella liturgia celebrata e vissuta tutto comincia dallo Spirito santo. Per questo, a livello esistenziale, alla sorgente della no­stra deificazione c'è la liturgia del cuore, sinergia in cui lo Spirito è unito al nostro spirito (cf. Rm 8,16) per manifestare e realizzare il nostro essere figli del Padre. Il medesimo Spirito che ha "unto" il Verbo della no­stra umanità e impresso in lui la nostra natura, è scolpi­to nei nostri cuori come sigillo vivente della promessa, per "ungerci" con la natura divina: egli ci rende "cri­sti" in Cristo. La nostra deificazione non è subìta ma vitale, poiché procede inseparabilmente da lui e da noi.

Quando lo Spirito inizia il suo lavoro in noi e con noi, non trova la terra primordiale e malleabile con la quale ha plasmato il primo Adamo, né soprattutto la ter­ra vergine e impastata di fede con la quale ha concepito il secondo Adamo: incontra un fondamento di gloria, un'icona del Figlio instancabilmente amato, ma spez­zata e sfigurata. Ciascuno di noi potrebbe mormorargli ciò che la liturgia dei funerali mette in bocca al defun­to: ''Sono l'immagine della tua gloria ineffabile, anche se porto le stigmate delle colpe! E' in questo spazio di fiducia che non si lascia confondere e di alleanza che non può essere infranta che si vive il mistero della nostra deificazione, mistero che esige tanta pazienza.

Le scienze umane possono offrire diverse griglie per interpretare l'enigma dell'uomo, ma per noi  in ciascuna delle nostre istanze, come in ogni nostro com­portamento, le tre questioni che si pongono sempre sono l'indagine sulla nostra origine, la ricerca del dia­logo e l'aspirazione alla comunione. Per un verso, don­de viene che io sia quello che sono, secondo una legge che è più forte di me (cf. Rm 7)? E per un altro verso, perfino nel più piccolo dei miei atteggiamenti, io sono in attesa di una parola, della risposta che mi giunge da un altro che mi sta di fronte. Infine, è evidente che il nostro io misterioso non può realizzare se stesso, dal livello più vegetativo al più armonioso, se non nella co­munione. Queste tre direttrici sono come le incisioni originarie dell'immagine della gloria, la chiamata es­senziale alla somiglianza divina che realizzerà la deifi­cazione. E' con tratti di fuoco che lo Spirito santo re­staura la nostra immagine sfigurata. Il fuoco dell'amo­re consuma il suo contrario - il peccato - e lo trasfigura in se stesso, ossia in luce.

Noi siamo smarriti come orfani finché non accoglia­mo lo Spirito filiale come nostra origine verginale. Vi­viamo tutto come un'imposizione e siamo schiavi fin­ché non ci consegniamo a lui, che è la libertà e la gra­zia. E dato che egli è il soffio del Verbo, è lui che ci può insegnare ad ascoltare - si è muti soltanto perché si è sordi - e più sapremo ascoltare il Verbo, meglio sa­premo parlare; la nostra coscienza non sarà più chiusa o sonnolenta, ma sarà silenzio creatore. Infine l'amore utopico e quella comunione introvabile perché non è del mondo, ecco che si trovano in lui, il "tesoro dei be­ni", non come acquisizioni e possessi, ma come pu­ro dono; la relazione con l'altro ridiventa trasparente. Questa comunione dello Spirito santo è il capolavoro della deificazione, perché in lui noi siamo in comunio­ne con il Padre e suo Figlio Gesù (cf. 2Cor 13,13; 1Gv 1,3) e con tutti i nostri fratelli.

In queste tre direttrici dell'icona trasfigurata noi ve­niamo deificati nella misura in cui le più piccole pul­sioni della nostra natura tendono alla comunione della santa Trinità. Noi "viviamo" allora mediante lo Spiri­to, in unità con Cristo, per il Padre. L'unico ostacolo è il possesso, l'aggrapparsi della nostra persona agli ap­pelli della nostra natura, ed è questo il peccato: la ri­cerca di sé è la rottura della relazione. L'ascesi inerente alla nostra deificazione, e che è ancora sinergia di grazia, consiste, semplicemente ma risolutamente, nel ri­mettere ogni volta in una dinamica di offerta ciò che tende a ricadere nella possessività. Sull'altare del cuo­re l'epiclesi deve allora essere intensa perché lo Spirito possa toccare e consumare la nostra morte e il suo pun­giglione, il peccato.

Entrare nel Nome di Gesù, Figlio di Dio, Signore, che fa misericordia a quei peccato­ri che noi siamo, significa rimettere a lui questa natu­ra ferita che egli non altera assumendola ma che deifi­ca nell'atto in cui la riveste. Di offerta in epiclesi, e di epiclesi in comunione, lo Spirito può allora deifi­carci incessantemente; la vita diventa eucaristia fino a che l'icona sia totalmente trasfigurata in colui che è lo splendore del Padre.

 

Tratto da: Jean Corbon, LITURGIA ALLA SORGENTE - ed. Qiqajon - Comunità di Bose,

a cui si rimanda per le note e l'approfondimento.

            

 

 

 

 

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